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Bibbia per tutti - Il libro di Qoelet (2)

Etica
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Affrontando il libro di Qoelet lo avevamo definito come le riflessioni di un anziano maestro della comunità di una sinagoga.

Un anziano rabbi che ripercorre le sue esperienze di vita, il suo studio della sapienza e della verità concludendo che in fondo “vanità delle vanità, tutto è vanità”.

In ebraico la parola che le nostre bibbie traducono come vanità è “hebel” che compare ben 38 volte nel libro, applicata a tutta la realtà.

La parola “hebel” (che ricorda il nome Abele, fratello di Caino, ucciso ancora giovane, per lui la vita fu un soffio) apre e chiude il libro. Dall’ebraico può essere tradotta come “fumo, nebbia, soffio, vuoto, nullità, ombra o inconsistenza esistenziale. Il teologo Bonora suggerisce di tradurre “fragilità delle cose”, altri “leggerezza dell’esistenza”.

La domanda di partenza del libro è questa. “Quale vantaggio viene all’uomo per tutta la fatica con cui si affanna sotto il sole?” (1,3). Cioè: esiste qualcosa di buono e bello, un vero bene o valore che giustifichi la fatica che ogni uomo deve affrontare per vivere? La risposta è negativa: “è tutto un soffio”, tutto ciò che l’uomo costruisce e vive, il suo lavoro, il suo pensiero, le sue ricerche, il suo agitarsi, la stessa voglia di vivere, tutto è “hebel”, inconsistente, di breve durata. Qoelet afferma sempre con forza che ogni attività dell’essere umano nel suo spazio terreno è deludente, realtà ingannevole e a volte assurda: “così ho osservato tutte le opere che si compiono sotto il sole e ho concluso che tutto è hebel e occupazione senza senso”.

Il secondo capitolo del libro è una critica graffiante contro due caratteristiche che Israele attribuiva al re Salomone: la ricchezza e la sapienza. “Ho accumulato oro, argento e tesori da re… mi sono procurato principesse in gran numero. Sono diventato più grande e potente dei miei predecessori! Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, ma mi sono convinto che tutto è vanità e agire senza senso”. Anche la grandezza di Salomone è durata lo spazio di un soffio, il regno che ha costruito è stato gettato alle ortiche dai discendenti, il suo Tempio e il suo palazzo distrutti dai babilonesi.

L’invito di Qoelet è quello di imparare a vivere nell’economia di Dio che dona piccole gioie ad ogni creatura. “Non c’è nulla di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godere il frutto del proprio lavoro. Ho capito che tutto questo viene dalla mano di Dio! Chi infatti può magiare e godere senza di lui?” (2,24-25). Questa considerazione che Qoelet qui inizia sarà poi completata da Gesù: “Non affannatevi per quello che mangerete o berrete e neanche per il vostro corpo o di quello che indosserete: la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo… il Padre li nutre… osservate i gigli del campo… neanche Salomone vestiva come loro! Cercate il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta.” (Mt 6,23-33)

Anche la sapienza entra nel mirino di Qoelet nella seconda parte del capitolo 2: “anche questo è vanità! Perché né del sapiente né dello stolto resterà un ricordo nel futuro”. Qui contesta la mentalità del suo tempo.“La memoria del giusto è una benedizione, il nome degli empi svanisce”, si legge ad esempio nel libro dei Proverbi. “Il giusto sarà sempre ricordato”, troviamo scritto in un salmo. Vale a dire che uno dei doni della sapienza sarebbe l’immortalità, ma Qoelet lo nega: “la stessa sorte toccherà sia al sapiente che allo stolto”, “tutti sono diretti verso il medesimo luogo; tutto è venuto dalla polvere e nella polvere ritorna”.

A questo punto però Qoelet ci regala una perla di saggezza che è poi il messaggio centrale del libro: “ho compreso che non c’è nulla di meglio per l’uomo che godere delle proprie opere, perché questo è il suo destino. Nessuno infatti lo porterà a vedere ciò che accadrà dopo di lui” (3,22). Cioè vivi con gioia il tuo presente abbandonandoti con fiducia a Dio, senza preoccuparti o affannarti; le piccole gioie quotidiane sono l’unica cosa che impreziosisce la nostra esistenza: “del doman non v’è certezza”. Commenta il teologo Bonora: “la vita per Qoelet non è una corsa verso il nulla. Essa è sperimentabile come felicità, se si è disposti ad accogliere i doni di Dio nel momento fuggevole che passa. Nella gioia, anche se breve e limitata, l’uomo sperimenta in qualche modo la risposta di Dio, la sua presenza e la sua bontà”.

La voce di Qoelet si alza quindi per porre “i puntini sugli i” alla cultura sapienziale del suo tempo dove si afferma che tutto è spiegabile, tutto ha un senso, che il saggio con le sue speculazioni può comprendere i grandi misteri della via. Sostiene invece questo: “per quanto l’uomo si affatichi a cercare le ragioni di quanto accade sotto il sole non potrà scoprirlo. Nè scoprire tutta l’opera di Dio; anche su un sapiente dicesse di conoscerla non potrà scoprire nulla. L’uomo non conosce nulla di quello che gli sta di fronte!”

Non trovate che le riflessioni di questo anziano siano molto contemporanee?

Non stiamo forse vivendo la crisi della certezza che il progresso, la scienza e l’intelligenza dell’uomo avrebbero risolto e spiegato tutto?

Leggiamolo allora questo libretto pieno di vera sapienza in questo periodo di Quaresima… buona Bibbia a tutti.

Enrico de Leon