20
Sab, Lug
58 New Articles

Cosa si aspettano i ragazzi da noi

Etica
Typography
- di don Riccardo Robella -

Ci sono tre bambini, una figurina e una pagella...

No, non è l’inizio di una storiella, ma di tre episodi che ci fanno riflettere.

***

Il primo riguarda un bambino del Toro in lacrime (se c’è un bimbo in lacrime a Torino sicuramente è granata...) per la sconfitta della sua squadra (arrivato a 46 anni e 115 chili, posso fare outing: anch’io, nella mia infanzia, dopo un paio di derby persi ho pianto). L’immagine passa in Tv e viene notata da un bimbo della Fiorentina, la squadra vincitrice, che scrive al disperato bimbo granata allegandogli una figurina del suo idolo e dicendogli che per una sconfitta non ci si dispera, perché nella vita vincere e perdere è normale e fa parte dell’esistenza stessa. E qui la prima lezione per noi adulti, talmente palese da poter essere impartita anche tra piccini: forse viviamo in una cultura che non contempla la sconfitta, l’attesa, i tempi lunghi. Questa cultura ritiene che volere bene ai nostri figli coincida con lo spianare davanti a loro tutte le strade, togliere le difficoltà, illudendosi di non far provare loro alcuno scacco. Ma la vita ci insegna che esistono anche il dolore e la fatica: è solo attraversandole che ci prepariamo a vivere; dopo ogni caduta ciascuno deve farsi forza e rialzarsi.

***

Il secondo racconto è tragico e risale a qualche anno fa, anche se se ne parla solo oggi, grazie ad una vignetta di Makkox. Narra di un ragazzo africano di 14 anni, affogato nel Mediterraneo insieme ad altri migranti stipati su un barcone colato a picco. Il riconoscimento del corpo è avvento dalla pagella che il ragazzo teneva ripiegata con cura in una tasca cucita: tutti 10! Come a dire: “io ci sono, sono bravo e ve lo posso dimostrare, datemene la possibilità”. I ragazzi hanno capacità, doti, ma hanno anche bisogno di qualcuno che le assecondi.

Quante volte noi grandi proiettiamo sui piccoli le nostre aspirazioni ed i nostri desideri, convinti che siano i loro, non pensando alle loro ricchezze, considerandoli un’estensione del nostro io. Invece la loro strada sarà diversa dalla nostra, perché il loro mondo sarà un altro, e piano piano devono farne esperienza diretta.

***

E poi c’è una signora di circa 40 anni, si chiama Regan Rodriguez e parla di suo padre, Sixto, un cantautore americano, tanto bravo quanto sconosciuto, che per vivere fa l’operaio. In un’intervista racconta al giornalista che il padre, povero, da piccole portava le tre figlie in posti da ricchi, ai musei, alle mostre di Picasso e Delacroix, per far capire loro com’è fatto il mondo. “Ecco un grand’uomo, che non ha avuto paura”,  ho pensato quando l’ho sentita parlare.

Quante volte la crescita dei nostri figli è bloccata da noi, dalla nostra incapacità di spronarli a vedere e pensare a cose grandi, non pensando che un giorno saranno adulti. Allora vale veramente la pena costruire da adesso. La persona è frutto del proprio lavoro quotidiano, più si aiutano i nostri ragazzi a sperimentare il bello e il grande e più saranno belli e grandi. Meno tempo si perde meglio è.

Ne sono sempre più convinto: il fatto che i bambini guardino a noi ci impone una crescita nel senso della responsabilità, ma è anche una splendida opportunità; in fondo i più piccoli non ci domandano di essere dei supereroi, ma semplicemente delle persone normali, appassionate della vita, capaci di stare al nostro posto, di essere, nella nostra imperfezione, una strada sicura da percorrere.

Pensiamo se tutto questo si tramutasse in vita cristiana, discepolato serio e vero di Gesù.

Insomma, i nostri figli non ci chiedono di essere perfetti, tanto capiscono da loro quello che di noi c’è da prendere e ciò che c’è da lasciar perdere.

Forse ci chiedono semplicemente di essere adulti.

E questo è il vero problema!

P.S.: la bimba Regan, forte degli insegnamenti di papà Sixto, crescendo ha studiato ed ha conseguito, lei, di povere origini, una laurea in filosofia…

Don Riccardo Robella