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Fermiamo la violenza contro le donne

Etica
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Nell’ambito dell’Uni3 Nichelino, si è tenuta un’interessante iniziativa in occasione della la giornata contro la violenza sulle donne.

Un incontro nell'auditorium della scuola De Amicis ha cercato di offrire strumenti e consigli, anche pratici, alle donne per difendersi dalla violenza in famiglia.

Un team di professioniste, impegnate nel settore di aiuto alle donne, ha raccontato le esperienze di sostegno alle vittime di violenza. Due legali ed un'investigatrice hanno fornito suggerimenti su come muoversi e cosa fare nel caso di violenze domestiche.

L’esperienza della violenza può toccare chiunque, anche non direttamente. Può capitare ad un’amica, ad una figlia, alla vicina di casa, pertanto è importante sapere come intervenire, cosa consigliare per evitare che si arrivi al peggio.

Le donne che arrivano a chiedere aiuto agli specialisti spesso da molti anni subiscono violenza, non solo fisica, ma anche psicologica. Una delle prime richieste dei compagni oppressori è quella di lasciare il lavoro. Persa l’indipendenza economica, per la donna viene meno anche la possibilità di ribellarsi, perché significa non avere la possibilità di mantenersi da sole e dover dipendere non solo economicamente, ma psicologicamente.

Un ulteriore problema è la gestione dei figli. Se la madre rimane senza lavoro, non le è possibile mantenerli, diventa un obbligo subire le botte per dare da mangiare ai bambini. Spesso l'uomo violento minaccia di togliere i figli alla madre.

“Nella pratica per uscire da una difficile di situazione di maltrattamenti - consiglia la dott.ssa Deborah Di Donna - prima di tutto occorre raccogliere le prove: registrazioni audio, video, referti medici per provare le violenze subite. Se possibile, conservare queste prove in un luogo sicuro, presso un’amica o un parente. Se poi non vi è alcuna possibilità, tramite un mediatore famigliare, di raggiungere un accordo, occorre presentare denuncia e da lì partono le procedure che possono arrivare al divieto per il marito di avvicinarsi alla famiglia. Nei casi più gravi la donna e i figli vengono portati in luoghi protetti”.

Fare denuncia non è facile, a volte anche le forze dell’ordine tendono a minimizzare o non sono sufficientemente preparate per accogliere una donna che denuncia.

E’ fondamentale anche trovare l’ambiente giusto per poter parlare di problemi così intimi. Ad esempio a Torino proprio per questo è stato attivato il ‘Nucleo di prossimità’ presso la sede municipale di via Bologna 74. Telefonando allo 011.01134300 o inviando una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., si può accedere ad un ambiente riservato, in cui poter rendere meno traumatico il delicato momento della denuncia che è un passo sempre molto difficile per la donna. Spesso si tende a giustificare il compagno violento, ci sono i sensi di colpa, l’idea che la donna per qualche strana ragione si meriti le botte. Il percorso penale è sicuramente complicato, alcune donne non se la sentono di denunciare, in tal caso si può procedere con una separazione ed un percorso di tipo civilistico.

In ogni caso è importante sapere che le donne vittime di violenza nell’ambito famigliare hanno diritto al patrocinio gratuito ed hanno diritto a procedure giudiziarie più celeri.

Durante l'incontro all'Uni3 è stato indicato un percorso. Le donne che hanno bisogno di una prima consulenza legale possono rivolgersi a Cascina Roccafranca in via Rubino a Torino tel. 011.4436250, dove avvocati e psicologi sono disponibili gratuitamente per fornire un primo aiuto.

“Occorre fare formazione e informazione – sottolinea la dott.ssa Di Donna – ed è auspicabile intervenire già nelle scuole per parlare della violenza sulle donne per far capire che si tratta sempre di un comportamento sbagliato e che da queste situazioni si può uscire”.

Durante la conferenza sono stati letti alcuni brani di un toccante testo sulla violenza alle donne, parte di una raccolta di documenti di Serena Dandini. Eccone uno stralcio: “Avevamo il mostro in casa e non ce ne siamo accorti, l’ha detto mia mamma agli inquirenti, Era lì che fumava vicino al caminetto e non ce ne siamo accorti, avevamo il mostro proprio in casa e non ce ne siamo accorti, guardava la partita e non ce ne siamo accorti.

Ma neanche il mio marito se n’era accorto, dico, lui che aveva proprio il mostro dentro non se n’era accorto, poveraccio, c’aveva sempre da fare, avanti e indietro con il Pandino, anche quando m’ha messo incinta per la terza volta non se n’è accorto. Io sì, è naturale, mi sono venuti subito a noia i broccoli e lì ho capito; inutile buttare soldi per il test, lo so da me, il broccolo è un segnale infallibile, micidiale, cinque volte che sono rimasta incinta me l’ha detto il broccolo. Di figli ne ho solo tre: uno l’ho perso appena nato e l’altro mi è rimasto in pancia sette mesi e non è più uscito. Sono morta prima».

Manuela Facciolo