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Il diritto alle cure per le persone non autosufficienti

Etica
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Abbiamo già ricordato su "Nichelino Comunità" che i ricoveri nelle Residenze Sanitarie Assistenziali (ad esempio la RSA "San Matteo", attiva a Nichelino da un anno esatto), delle persone anziane malate e certificate non autosufficienti

dalle Unità di Valutazione Geriatrica (UVG) delle Asl, sono un diritto esigibile previsto dai Lea (Livelli essenziali sanitari e socio-sanitari).

Purtroppo la normativa della Regione Piemonte consente alle UVG di limitare  l'accesso alle prestazioni. E ciò in base non solo alla valutazione della "non autosufficienza" o meno, ma anche – illegittimamente – alle condizioni socio-economiche dell'infermo e dei relativi congiunti.

Nel concreto: un malato valutato dalle Uvg "non autosufficiente", avente la proprietà anche solo della casa di abitazione, può essere posto - sulla base delle delibere regionali - in lista di attesa, negando l'inserimento in convenzione in Rsa anche per anni.

Da tenere presente che – come ha precisato l'Ordine dei Medici di Torino - «gli anziani malati cronici non autosufficienti e le persone affette da demenza senile (...) hanno in tutti i casi esigenze sanitarie e socio-sanitarie indifferibili» e pertanto non rinviabili!

Ci viene incontro un’importante sentenza del Tribunale di Torino, n. 1592 del 25 settembre 2018. Ne diamo cenno visto l'interesse più generale. Il ricorso è stato avanzato dai familiari di una anziana signora malata di Alzheimer (oramai defunta), che avevano dovuto sostenere a proprio carico per alcuni anni l'intera retta di ricovero in una Rsa sita in provincia di Torino. Difatti l'Asl di residenza, pur valutata la paziente "non autosufficiente" (e anche grave!), non aveva erogato la quota sanitaria a causa del basso punteggio sociale (economico, in particolare). In questa situazione i familiari (purtroppo non a conoscenza della possibilità di chiedere la continuità delle cure dopo il ricovero in ospedale/casa di cura opponendosi formalmente alle dimissioni), avevano provveduto a ricoverare privatamente la malata in Rsa, con una spesa totale di più di 100mila euro, fino alla sua morte avvenuta nel 2016.

Nel merito il Giudice ha accolto il ricorso dei familiari, riconoscendo (a partire dalla valutazione Uvg di aggravamento) il rimborso delle spese sostenute privatamente in Rsa.

A detta del Giudice, difatti, il sistema normativo regionale è stato costruito in modo tale da violare le previsioni legislative statali che fanno rientrare nei Lea le prestazioni sanitarie e socio-sanitarie necessarie a far fronte alla "non autosufficienza", e ne impongono l'erogazione alle Asl quindi a carico del Fondo sanitario.

Il Giudice ha così condannato l'Asl Città di Torino a rifondere la "quota sanitaria" (la metà della retta totale di degenza, oltre alle spese di giudizio, con la motivazione che la condizione sanitaria prevale su quella sociale ed economica.

Oltre che per questa chiara puntualizzazione, la sentenza merita di essere segnalata per un passaggio in cui il Giudice, pur mostrandosi ben consapevole della limitatezza delle risorse pubbliche, afferma che il richiamo a questa situazione è in realtà «un falso problema». A suo dire, infatti, la vera questione è quella della allocazione delle risorse, non la loro scarsità. Si legge difatti nella sentenza: «Le risorse disponibili sono suscettibili di diversa ripartizione, che riflette le (legittime, purché rispettose del perimetro costituzionale) scelte politiche del legislatore». In buona sostanza, spetta alle singole amministrazioni ripartire le risorse disponibili, ma ciò deve avvenire rispettando il vincolo delle priorità costituzionali di spesa e quindi le obbligatorie competenze del Servizio sanitario!

UTIM Nichelino