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Padre Pepe, il fondo monetario e l'aborto

Etica
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E’ andato giù pesante José Maria Di Paola, meglio conosciuto nelle baraccopoli di Buenos Aires come “padre Pepe”.

Di fronte alla commissione parlamentare aveva solo sette minuti a disposizione per illustrare la sua posizione sulla nuova legge per la legalizzazione dell’aborto in Argentina. E quindi è andato dritto su quello che per lui è il cuore del problema.

«Non è innocente che proprio quest’anno si installi a livello politico il tema dell’aborto per avvicinarsi a chi lo promuove in tutto il mondo: il Fondo Monetario Internazionale», è stato l’affondo di Padre Pepe.

“Curas villero”, laggiù li chiamano così i preti che come lui condividono la vita dei poveri e dei diseredati nelle baraccopoli dell’immensa periferia di Buenos Aires. Secondo questo prete di strada non è una coincidenza che la proposta di legge sull’aborto sia arrivata in concomitanza con una richiesta di contributi economici del governo argentino al FMI – Fondo Monetario Internazionale. Insiste padre Pepe: «L’aborto è sinonimo di FMI piaccia o no al mondo conservatore che non vede di malocchio che i poveri facciano meno figli o non li facciano affatto e anche al mondo pseudo-progressista che innalza le bandiere di una presunta libertà delle donne di disporre del loro corpo, pur sapendo che questo genocidio è ispirato e promosso dal FMI».

Non lesina critiche a sinistra e pone una domanda. «Sarà che molti legislatori e funzionari preoccupati per la questione sociale si sono già rassegnati e hanno smesso di cercare soluzioni reali per le donne povere e la dura vita che conducono, per i bambini piccoli abbandonati o soggiogati dal narcotraffico?»

A parole tutti contro i contro i potentati economici, ma nei fatti tutti si inchinano agli indirizzi del Fondo Monetario Internazionale che considera l’aborto un diritto. A sostegno delle proprie tesi padre Pepe ha citato Oscar Arnulfo Romero, il vescovo salvadoregno morto martire che presto sarà proclamato santo. Inviso ai poteri forti dell’economia, non tutti sanno che monsignor Romero, già cinquant’anni fa prese posizione non solo contro le ingiustizie del sistema capitalista, ma anche contro la pretesa di imporre ai paesi più poveri le politiche in tema di controllo delle nascite e dell’aborto. “Se ci addolora la repressione perché uccide i giovani e persone che sono già grandi, la stessa cosa è sopprimere la vita nel ventre delle donne. Anche il bambino nelle viscere è un uomo che con l’aborto è assassinato”, predicava Romero un anno prima di essere assassinato.

“Il famoso grido ‘Non ucciderai’ con cui monsignor Romero esortava i militari salvadoregni a non reprimere il loro stesso popolo lo rivolgeva anche a quell’immenso mare di ignominia che uccide anche nelle viscere della madre”, ricorda oggi il prete cura villeros di Buenos Aires, amico di Papa Francesco.

E’ un sano provocatore don José Maria Di Paola, detto Padre Pepe, che rievoca con logica semplice e stringente come in passato le prime campagne abortiste in America siano state sostenute da gente della forza di Robert McNamara “ex segretario di stato USA, responsabile dei bombardamenti più brutali in Vietnam” e dai Rockefeller.

L’aborto diritto e conquista civile? Il prete “villero” è su tutt’altra lunghezza d’onda: “I nostri quartieri hanno necessità di proposte di vita degne e di una società che protegga i più deboli, non che li scarti come rifiuti tossici”.