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Alfie e gli altri

Etica
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La vicenda del piccolo Alfie Evans in Inghilterra ha dato la netta sensazione di un regno preoccupato più di staccare in fretta la spina che non di prendersi cura dei propri sudditi.

Il tema è quello che in Europa ha animato tanti dibattiti sulle leggi che disciplinano il “fine vita” e cioè se sia da considerare accanimento terapeutico la somministrazione degli elementi essenziali per il sostegno vitale: aria, acqua, cibo.

In casi come quelli di Alfie però si è sancito un principio e sono state codificate procedure operative che in qualche modo rappresentano un “salto di qualità” nella preoccupante deriva eutanasica in corso. Ossia si stabilisce che lo Stato, attraverso un giudice, può decidere di interrompere aria, acqua e cibo, non solo se è il paziente a richiederlo o ad averlo in precedenza richiesto (tramite una sua dichiarazione anticipata), ma anche se questa richiesta non c’è mai stata ed anzi è di segno opposto.

In fondo i genitori e gli amici di Alfie, piccolo guerriero, hanno scomodato il mondo per reclamare il più elementare dei diritti, quello di respirare. Per dire: anche se alla mia malattia non c’è rimedio, nessuno – e nemmeno lo Stato - deve decidere di farmi soffocare tra cinque minuti, cinque giorni o cinque anni che siano.

Papa Francesco, che ha raccolto l’appello dei genitori di Alfie, al capezzale di Liverpool non ha mandato un teologo, ma Mariella Enoc, presidente dell’ospedale vaticano Bambin Gesù, struttura di eccellenza a livello mondiale nel settore della pediatria. Non per illudere, come se avessero loro la ricetta giusta. Ma per affermare che un altro approccio è possibile e che il fulcro di ogni sistema sanitario resta il “come” ci si prende cura del malato, anche quando non c’è più - o non c’è mai stato - nulla da fare.

“Non c’è cura senza relazione – ha detto Mariella Enoc lasciando l’ospedale di Liverpool, senza nemmeno la cortesia di essere ricevuta – Se si vuole il bene delle persone non ci può essere imposizione, né contrapposizione. Questa riflessione deve essere un fatto culturale, non ci possono essere singole battaglie. Davvero deve essere messa al centro la persona che soffre”.

Preoccupa invece questo asettico incedere di protocolli sanitari, fondati su inesorabili dati statistici e sul prudente apprezzamento di un giudice che stabilisca quando è giunta l’ora di farla finita.

Preoccupa chi, con un occhio alla scienza e l’alto alle casse dell’azienda-ospedale, stabilirà la soglia dei costi/benefici oltre la quale non è conveniente prendersi cura di una persona. Vuoi perché è un anziano senza più prospettive, solo e a totale carico della società. Vuoi perché è un neonato, destinato a una vita “inutile” in quanto affetto da gravi e incurabili malattie fin dalla nascita.

Già. Comunque la si rigiri, la scelta “eugenetica” è dietro l’angolo. Ogni “civiltà” inventa la propria “rupe tarpea”. Non è una novità in Europa e precede il nazismo che arrivò a pianificarla con i tragici esiti che conosciamo.

Già nel 1904, proprio in Inghilterra, Ernst Haeckel (considerato da alcuni il fondatore dell’ecologia) teorizzava quanto segue: “Che vantaggio trae l'umanità dalle migliaia di disgraziati che ogni anno vengono al mondo, dai sordi e dai muti, dagli idioti e dagli affetti da malattie ereditarie incurabili, tenuti in vita artificialmente fino a raggiungere l'età adulta? Quale immenso grumo di sofferenza e dolore tale squallore comporta per gli stessi sfortunati malati, quale incalcolabile somma di preoccupazione e dolore per le loro famiglie, quale perdita in termini di risorse private e costi per lo Stato a scapito dei sani! Quante sofferenze e quante di queste perdite potrebbero venire evitate se si decidesse finalmente di liberare i totalmente incurabili dalle loro indescrivibili sofferenze con una dose di morfina».

Linguaggio vecchio, contenuti attuali. Chi continua a “prendersi cura” dei malati per i quali non c’è più nulla da fare viene tacciato di “pietismo”.

Qualche tempo fa il giornalista Giorgio Bocca sull’Espresso attaccava duramente la Piccola Casa del Cottolongo a Torino per “un culto della vita ad ogni costo che lascia perplessi i visitatori della pia istituzione, dove tengono i vita essere mostruosi e deformi”.

Padre Carmine Arice, superiore del Cottolengo, proprio riflettendo sulla vicenda del piccolo Alfie, spiega perché: “Per noi non è così! Quegli esseri mostruosi hanno un nome e una storia e l’esperienza, anzi, l’amore ci rende vigili perché quando è l’ora, senza nessun accanimento, si lascino volare, ma fino a quando il loro cuore desidera onorare la comunità degli uomini, la loro presenza è un dono e prendersi cura di loro un grande investimento per tutti, al fine di rendere questa nostra società meno crudele e disumana”.