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Lun, Dic
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Questa "cultura dello sballo" ci sta annientando

Etica
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 - di don Riccardo Robella -
C’è un’immagine che ho negli occhi e che non penso mi passerà tanto in fretta: estate di una quindicina di anni fa…
con un gruppo di animatori andiamo a fare una vacanza a spasso per l’Europa e tra le varie tappe giungiamo ad Amsterdam; prima di andare al Museo Van Gogh ci concediamo un giro turistico della città. Ad un certo punto, nella piazza centrale, luogo di raduno dei giovani, sento chiaramente l’urlare disperato di un lattante: d’istinto mi volto per capire cosa succeda, ed ecco che mi si stringe lo stomaco. Davanti a me vedo una carrozzella e due giovani donne (poco più che ragazze) incuranti di quanto stia succedendo al piccolo, con lo sguardo completamente perso nel vuoto… come si dice…fatte…!!!

A dirla così sembrerebbe facile: i soliti giovinastri dediti alle droghe e all’alcool, vittime di una società che non guarda in faccia a nulla. Ma liquidare il problema in questo modo è tanto semplice quanto superficiale e poco produttivo.

Quello che pare ai più un problema di una nicchia limitata di persone è invece una situazione molto più comune di quanto non immaginiamo, tanto da diventare cultura, non più fatto isolato.

Allora abbiamo bisogno di farci un paio di domande per capire, e per provare a rispondere.

Intanto parlare di “cultura dello sballo” significa affermare che non ci troviamo di fonte ad un fenomeno associabile a qualche soggetto o categoria di persone, ma ad un vero e proprio modo d’intendere la vita, un qualcosa che tocca le corde profonde della nostra gente. Mi rifiuto di limitare il fatto alla categoria giovanile anche perché credo che a 40-50 anni non si possa più parlare di giovani!!!. C’è un mondo che aspetta il venerdì o il sabato sera per rompere con la routine e con la quotidianità ed entrare in una dimensione alternativa nella quale non rispondere più a nessuno, nemmeno a se stessi, di quello che si fa… tanto, con un bicchiere, una pastiglia o una striscia si entra in un mondo diverso, migliore. E la cosa che stupisce è che, dal momento che il lunedì si torna a lavorare in tuta o giacca e cravatta, tutto quello che è avvenuto nel week end venga archiviato come fosse una parentesi senza prima e senza dopo. Salvo non considerare alcuni particolari piuttosto importanti. Il primo che viene in mente riguarda sicuramente la salute: è banale ricordare che tutto ciò che ci mettiamo in corpo ha delle conseguenze sul nostro fisico? Evidentemente no, dal momento che quando lo si dice si passa per matti, retrogradi o allarmisti. Peccato che le conseguenze, tanto da un punto rivista fisico che neurologico, a lungo andare, siano devastanti (e questo lo dicono i neurobiologi, non il parroco!)

E poi, particolare più importante: perché ho bisogno di cercare un completamento altrove? Cosa mi manca? Il fatto di uscire dalla normalità, per entrare in un altro stato dell’essere, possibilmente incosciente, non potrebbe essere indice di un’autostima bassa e di una non accettazione di sé e della propria vita? In questo caso saremmo di fonte ad un problema ben grave: una società che produce beni, ma non Bene, al punto da doversi rivolgere a sostanze per trovare qualche barlume illusorio di felicità, è veramente conciata male.

Un famoso filosofo tedesco dell’‘800 aveva definito la religione “oppio dei popoli”. A quasi un secolo e mezzo da quella cosiddetta denuncia, liberatasi della religione, la nostra cultura non si scopre sicuramente più libera o felice, ma semplicemente stordita e schiava di quell’oppio che la tiene ancora prigioniera. E se ci riscoprissimo, in Gesù, più liberi e felici? Magari vivremmo dei sabati sera meno sballati…ma siamo sicuri che ci perderemmo?

Don Riccardo Robella
Parroco a SS. Trinità - Nichelino