C’è una bella foto che periodicamente riemerge e fa riaffiorare tanti ricordi: quella di un gruppo di bambini e ragazzi nel campetto della SS. Trinità,
in Via San Matteo, all’ombra del campanile. Quell’immagine rappresenta l’embrione di un grande movimento: il Gruppo Sportivo Don Bosco.
Non fu solo calcio giovanile e dilettantistico, ma soprattutto oratorio, aggregazione e famiglia. Una storia incredibile, da brividi, che attraversò come un tornado tutta la città, coinvolgendo negli anni migliaia di persone: piccoli e grandi calciatori con le loro famiglie, volontari e tecnici. Senza dimenticare i sostenitori che resero possibile l’impossibile, trasformando quei prati incolti di Viale Kennedy – anche qui sotto il campanile della chiesa dedicata a San Vincenzo de’ Paoli – in un “formicaio” che si fermava solo di notte. Un centro sportivo che, anno dopo anno, continuava a crescere e che, da novità impetuosa, divenne una forza trainante per l’intero movimento calcistico cittadino e provinciale.
Quarant’anni fa nasceva il G.S. Don Bosco: da quelle prime, piccole squadre scaturì un’incredibile esperienza umana e cristiana, con il calcio come chiave aggregativa per insegnare alcuni dei valori fondamentali della vita, come l’amicizia e la solidarietà. Un progetto educativo che non lasciava indietro nessuno e che, negli anni, è diventato un esempio positivo: un “laboratorio” che ha tolto dalla strada decine di giovani, indirizzando la loro vita verso valori più importanti.
È difficile spiegare a parole l’opera di quel sacerdote che ci ha lasciati ormai tanti anni fa. Per molti, l’8 febbraio 2007 rappresenta una data di non ritorno: troppo grande il dolore per la scomparsa di Don Joe Galea, sacerdote maltese innamorato di Dio e del pallone, con un passato da calciatore. Arrivato in Italia dapprima a Torino e poi a Nichelino, con vero spirito missionario e il desiderio di lavorare con e per i giovani, sulle orme di San Giovanni Bosco, ha lasciato un segno indelebile in molti. Giocare al Don Bosco non era solo calcio, ma qualcosa di più. Dal 1986, chi ha indossato la casacca con lo stemma del Don Bosco porta un marchio tatuato nell’anima, un sentimento di appartenenza che ancora oggi non si spegne. “Io ho giocato al Don Bosco”, mi ha confidato Alberto, che oggi ha 33 anni e iniziò da piccolo sui campi a 5, conservando la sua maglia con l’effige del Santo dei giovani. Una frase, senza se e senza ma, che ancora oggi sentiamo pronunciare da tanti. È un’eredità che, per chi è ancora impegnato nello sport e nel sociale, continua ad essere un impegno da rispettare, anche se il G.S. Don Bosco, ormai da anni, non esiste più.
La sua storia, però, continua nei cuori e nei racconti delle persone, nei giovani e nei meno giovani, nel ricordo di chi ci guarda dal Cielo e ha fatto parte di chi ha giocato, allenato, lavato maglie e spogliatoi, organizzato tornei e squadre, sostenuto la società sportiva con soldi e mezzi, lavorato nei campi di calcio e al bar. Nella grande famiglia del Don Bosco Nichelino.
Giampaolo Flori