Ciao Don, mi ricordo quell'estate dei primi anni Ottanta; era il 1982, per la precisione.
Mentre gli altri ragazzini erano in vacanza al mare, io restavo sulla terra del campetto parrocchiale a giocare a pallone.
Faceva un caldo torrido quel pomeriggio, quando ti ho visto spuntare dalla casa parrocchiale per venire a respirare il polverone che sollevavo correndo su e giù per quel "campo di patate", diventato stadio solo grazie alle due porte che avevi fatto piazzare ai lati opposti del rettangolo di terra bruciata.
Mi hai guardato per qualche minuto, poi mi hai chiesto se mi andava di accompagnarti all’aeroporto. Ho sgranato gli occhi annuendo: «Sì, certo!», mentre passandomi l'avambraccio sulla fronte, anziché asciugare il sudore, finivo per impastarmi di polvere metà faccia. Siamo saliti sulla tua 127 azzurra, con i finestrini abbassati per far sbollire l'abitacolo e la promessa che per cena sarei stato a casa, altrimenti mia mamma mi avrebbe spellato vivo.
Siamo arrivati in Corso Marche e abbiamo parcheggiato vicino a quel gioiellino con le ali. Non ne avevo mai visto uno da vicino: era uno spettacolo mozzafiato, specie per un bambino. «Facciamo un giro? Ti va?», mi hai detto, mentre la mascella mi cadeva per la sorpresa. Ero seduto accanto a te, talmente emozionato che mancava poco che mi bagnassi i pantaloni. «Non toccare niente, mi raccomando»... e chi li avrebbe mai toccati i doppi comandi!
Motore avviato, l'elica girava davanti al muso mentre rullavamo fino a inizio pista. Pronti al decollo: giù la manetta e parte il rombo. Vedevo l'asfalto scorrere sempre più veloce sotto di noi, poi guardavo te che bisbigliavi: «V1, aspettiamo ancora un po’... V2, ora alziamo il muso... Rotazione!». Dopo un attimo di batticuore, la strada era diventata solo il blu sopra le nuvole.
Ero solo un ragazzino, ma quel giorno, su quel piccolo aereo, oltre al mio corpo avevi sollevato anche la mia anima. In un istante eravamo lassù, io e te. Mi hai fatto guardare l’orizzonte fin dove curva e il cielo sembra incontrare la terra con delicatezza.
Caro Don, quel pomeriggio facemmo tardi e, al rientro, mia mamma era pronta a darmi il benservito: «Quando giochi a pallone perdi la cognizione del tempo! Quando sei con gli amici ti dimentichi di tornare, questa casa non è un albergo!». Io avevo risposto ingenuamente: «Ma non è colpa mia, è Don Paolo che mi ha portato a fare un giro in aereo, è lui che ha fatto tardi...». Non l'avessi mai detto. Pensando a una delle mie solite frottole per coprire le marachelle, la mia povera mamma decise di darmi una "ripassata" sul groppone con il battipanni, spazzolando via la polvere del campo che mi era rimasta sulla maglietta.
Sono state le percosse più dolci della mia vita: ingiuste quella volta, ma sicuramente a compensazione di tante altre che mi erano state risparmiate. La domenica successiva a messa, a fine funzione, fu mia mamma a rimanere a bocca aperta quando le chiedesti: «Allora, Michelangelo è rimasto contento del giretto tra le nuvole?».
Voglio ricordarti così, caro Don, con infinita tenerezza e affetto. Tu ci sei sempre stato in tutte le tappe fondamentali della mia vita, in quelle belle e soprattutto in quelle tragiche che a volte fanno vacillare anche gli uomini più forti. Grazie per esserti donato alla gioventù di quegli anni. Io miei figli, oggi, percorrono lo stesso sentiero che abbiamo camminato noi.
Grazie, grazie, grazie. Questa volta non c'è rullaggio o rombo di motori, ma ti giuro che il tuo "decollo" mi ha rintronato non solo le orecchie, ma molto di più: mi ha fracassato il cuore.
Allora... apri le ali e vola, vola Don!
Michelangelo Vinci