Open Doors è un’organizzazione internazionale che ogni anno pubblica la World Watch List, un rapporto dettagliato che analizza la situazione della libertà religiosa nei diversi Paesi e fornisce dati aggiornati sulle persecuzioni.
Secondo il Rapporto 2026, pubblicato poche settimana fa, la persecuzione contro i cristiani ha raggiunto livelli mai visti prima: 388 milioni di persone sono esposte a violenze, discriminazioni e abusi a causa della loro fede. Di queste, 201 milioni sono donne o bambine e 110 milioni hanno meno di 15 anni, a conferma di una vulnerabilità ancora maggiore per le fasce più deboli della popolazione. Il numero di Paesi in cui la persecuzione è classificata come “estrema” è salito da 13 a 15, con la Corea del Nord che si conferma il luogo più pericoloso per chi professa il cristianesimo, seguita da Somalia, Yemen, Sudan ed Eritrea. In Siria, la situazione è ulteriormente peggiorata: la presenza cristiana si è drasticamente ridotta e la violenza è aumentata, rendendo la sopravvivenza delle comunità locali sempre più difficile.
Le uccisioni di cristiani sono tornate a crescere, raggiungendo quota 4.849 in un solo anno. La Nigeria da sola rappresenta circa il 70% delle vittime mondiali, un dato che evidenzia la gravità della situazione nell’Africa sub-sahariana. In questa regione, la fragilità dei governi e l’instabilità politica favoriscono la diffusione di gruppi estremisti e la violenza contro le minoranze religiose. Paesi come Sudan, Nigeria, Mali, Niger, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo e Mozambico sono tra i più colpiti. Secondo Cristian Nani Nani, direttore della sede italiana di Open Doors «il baricentro del cristianesimo si è spostato in Africa ma è lì che è principalmente sotto attacco».
La persecuzione assume molteplici forme: violenza fisica, abusi, rapimenti, matrimoni forzati, discriminazione sociale e legale. In molti Paesi, la fede cristiana deve essere vissuta in segreto per evitare ritorsioni. In Corea del Nord, tra 50 e 70 mila cristiani sono detenuti in campi di lavoro forzato, mentre in Sudan e Somalia la pressione deriva da società tribali e dall’instabilità politica. In Iran, i convertiti sono considerati una minaccia e la sorveglianza statale è in aumento. In India, si registrano violenze e detenzioni senza processo contro i cristiani.
Dal 2020, sono stati attaccati o chiusi oltre 47.000 tra chiese, ospedali e scuole cristiane, mentre più di 108.000 case e attività economiche sono state saccheggiate o distrutte, causando esodi di massa e impoverimento delle comunità,
La persecuzione non si limita agli atti di violenza fisica, ma comprende anche la negazione dei diritti fondamentali, come la libertà di culto, l’accesso all’istruzione e al lavoro, la possibilità di riunirsi e di professare pubblicamente la propria fede. In molti contesti, la pressione sociale e le leggi discriminatorie costringono i cristiani a vivere nell’ombra, privandoli di ogni tutela.
La situazione è resa ancora più complessa dalla mancanza di interventi efficaci da parte della comunità internazionale. Cristian Nani sottolinea l’urgenza di mettere la libertà religiosa al centro delle agende politiche: «Chiediamo ai governi di promuovere la libertà di fede come priorità diplomatica e di collaborare con attori religiosi locali per prevenire discriminazioni e violenze».