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Gio, Feb
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Una scia di luce

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di don Davide e don Alberto -
È stato un risveglio triste, quello del 20 gennaio 2026. Nella notte, don Paolo ha portato a compimento quell’avventura meravigliosa che è stata la sua vita.

Lui stesso l’aveva definita così: “La mia vita è stata una meravigliosa avventura”.

Ascoltando i suoi racconti traboccanti di ricordi, nomi e luoghi, e guardando i suoi occhi, ci si rendeva conto di quanto quella bellezza lo riempisse di gratitudine. Era grato a Dio per ogni esperienza: per quelle gioiose e per quelle cariche di sofferenza, per i momenti di luce e per quelli più difficili.

Il suo era un carattere a tratti ruvido e imprevedibile, ma subito dopo capace di farsi accogliente e affettuoso. A volte ci si aspetta la perfezione da un cristiano, e ancor più da un prete; in realtà, le anime sante non sono quelle perfette, ma quelle che, pur nelle loro imperfezioni, sanno lasciare dietro di sé una semina generosa di bene. Don Paolo ci è stato raccontato così: vulcanico in tutte le sue sfumature di uomo e di sacerdote. Felice del suo ministero, ha saputo aprire il cuore di molti giovani alla vocazione.

Come sacerdoti che lo abbiamo conosciuto nell’ultima fase della sua vita, portiamo dentro l’esempio della sua fede solida e la sua capacità di leggere la storia, reagendo ai cambiamenti con entusiasmo e fantasia. È stato un fratello che ha amato il Signore e lo ha fatto amare agli altri; ha incoraggiato, sostenuto, pianto nella sofferenza e gioito nella festa.

Ha fatto volare tanti, in tutti i sensi. Il cielo era il suo spazio naturale: che si trattasse di un aereo, della vetta del monte Thabor o della "Croce dei Ragazzi in Cielo", lì incontrava il Signore e lì guidava uomini e donne affinché potessero vivere la stessa esperienza di fede.

Dietro don Paolo si apre ora una scia di luce che la sua morte rende ancora più nitida: un sentiero da percorrere insieme, sul quale far brillare la nostra chiamata alla santità. "Dio è luce e in lui non ci sono tenebre", scrive l’apostolo Giovanni. Il viaggio non è finito, ma si arricchisce di una gratitudine profonda per il dono che è stata la sua vita. Ci restano i suoi libri da riprendere e rileggere, per tornare a respirare una storia in cui il Signore è stato l'assoluto protagonista.

Pur avendo incrociato la sua figura solo in questi ultimi anni, rimangono intensi alcuni momenti in cui abbiamo sentito la sua vicinanza. Il più significativo è stato forse quando gli abbiamo mandato un saluto dalla cima del Thabor, la scorsa estate, e lui ci ha risposto con una sua espressione tipica, non facilmente riportabile sul giornale, ma ben immaginabile da chi lo ha conosciuto. Sentirsi chiamati oggi a svolgere il ministero in continuità con il suo enorme lavoro ci carica di una grande responsabilità, ma fa intuire che davvero, nel cammino della Chiesa, siamo guidati da uno Spirito che sa essere sempre originale.

Proprio per questo, vivere questi giorni come parroci a Nichelino è stata un’esperienza intensa e forte: un’immersione nell’affetto e nella fede di tante persone che hanno incrociato il caro don Paolo. Un vissuto che insegna ancora di più cosa significhi svolgere un servizio nella comunità cristiana: i legami che si creano nella fede rendono profondo ogni momento. Anche se non possiamo dire di avere condiviso con don Paolo i tanti anni di lavoro a Nichelino, avvertiamo che è la comunità cristiana a fare da legame, facendoci sentire profondamente coinvolti in ciò che abbiamo vissuto.

Nichelino ha avuto la grazia di conoscere molti sacerdoti generosi che, con carismi diversi, hanno aiutato la città a custodire i valori cristiani. Le nostre parrocchie sono, da sempre, laboratori di socialità e preghiera, custodi di amicizie profonde che fungono da antidoto all'indifferenza e all'individualismo della società moderna. Forse è proprio questo il lascito più grande: la consapevolezza che nessuno si salva da solo. Dio è amore.

Nella veglia di preghiera che abbiamo vissuto il giorno prima dei funerali siamo stati accompagnati dal brano dei discepoli di Emmaus: un brano che narra l’incontro e il riconoscimento del Risorto, un brano da “conclusione del vangelo”, come a preannunciare ciò che deve essere l’incontro con il Signore alla fine di una vita spesa fino in fondo per Lui. Affidiamo il caro don Paolo a quell’incontro: finalmente può vedere faccia a faccia quel Signore che ha annunciato in tutta la sua vita. Oggi finalmente don Paolo Lo vede così come Egli è (1 Giovanni 3,2).

Don Davide

Don Alberto