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Mar, Dic
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Strade e luoghi della Nichelino di una volta

Come eravamo
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Papà ha comperato il Castello […]. Fa tirar fuori dal portico la carrozza […].

Invece di uscire dal cancello del parco - che attraverso la ‘leia’ lunga trecento metri giusti, fatta di ‘cherpo’, che poi sono olmi, tanto fitti e chiusi da ogni parte e di sopra da sembrare un tunnel, sbuca nel centro del paese un po’ dopo il Municipio - invece che da quel cancello usciamo da quello del giardino davanti, costeggiamo i fabbricati di cascina Granda e cascina Rena, imbocchiamo la strada della Croce e giriamo a destra, in direzione di Torino. Le ruote scorrono lisce, su queste strade di terra argillosa [...]. Strada della Croce, via del Pascolo Boria, ponte sul canale Leyretta, via del Debouchè, bealera della Gora Palazzo dove l’acqua è così limpida che una volta ci han pescato una trota, strada dell’Ordine Mauriziano che porta al Castello col cervo sul tetto, e finalmente, dopo meno di mezz’ora, alternando il passo al piccolo trotto, di lontano appare la quadruplice fila dei frassini pluricentenari di corso Stupinigi, la più bella strada di Torino. Neppure Parigi ha una strada così”.

Perché questo incipit ?

Chi è in grado di ritrovare oggi le strade e i luoghi della Nichelino degli anni ’20 che Sion Segre Amar descrive mirabilmente nel racconto “La carrozza”, tratto da Cento storie di amore impossibile”, pubblicato per i tipi di Garzanti nel 1983?

Sion Segre Amar, la cui famiglia acquistò il Castello del Borgo Antico agli inizi del ‘900, non avrebbe mai immaginato che tanti anni dopo grazie a quel brano avremmo ripercorso quel tragitto con l’aiuto di Giuseppe Cerutti, per i nichelinesi il geom. Nello.

LA LEIA

La Leia, oggi viale della Solidarietà, è uno dei luoghi più caratteristici di Nichelino: un magnifico viale di olmi, le cui cime legate le une alle altre formavano un tunnel, che dall’uscita del cancello del parco raggiungeva via Torino, ora interrotto dalla via Trento.

Un grande divertimento - ci racconta il geom. Nello - quand’ero bambino (metà degli anni ’50 n.d.r.) con amici della mia età, salendo dal primo olmo vicino a Via Torino percorrevo tutta la leia senza mai scendere dagli alberi. Se per commissioni dovevo andare a una delle cascine dei Segre condotte dai miei zii, da un passaggio pedonale in fondo alla leia (oggi non più accessibile da questo lato) attraversavo la ‘cortassa, come veniva chiamato il cortile di una lunga fila di abitazioni di operai e contadini, sempre di proprietà dei Segre, detta la ‘cantonà, abbreviando così il percorso. D’estate la sera la leia diventava un luogo di incontro di persone che passeggiavano alla ricerca di un po’ di fresco”.

Settimo Carlo Fanton, per anni orafo a Nichelino, ha disegnato nel 1994 il logo Artigiani e Commercianti la Leiaper i negozi e i laboratori del tratto di via Torino da via D’Azeglio alla Stazione, ancora presente in alcune vetrine. La Leia,viale di interesse storico-culturale vincolato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Piemonte, era considerato un suggestivo punto di aggregazione di cui i nichelinesi andavano fieri.

DAL CASTELLO ALL’ARBRA PINA

Riprendendo quell’antico percorso di Sion Segre, Nello Cerutti ricorda che “all’uscita principale del Castello vi erano due grandi tigli e, al di là della piazzetta antistante, il vecchio fabbricato chiamato ‘Tribunale dove i bové (bovari) facevano il seirass (ricotta piemontese). Di fronte c’era la cascina Granda (oggi cascina Capriolo) e subito dopo la cascina Rena con il fabbricato civile molto bello. In queste due cascine con quella cosiddetta della Filippa, che si trovava tra via del Pascolo e via Turati, tutte in origine di proprietà Segre, c’erano più di 100 mucche da latte!

Superata la cascina Rena, proseguendo per l’attuale via del Castello e poi girando a destra, si imboccava la Strada comunale del Nichelino (oggi viale Matteotti) fino ad incrociare la strada vicinale del Pilone nel punto in cui c’era un’arbra Pina’, un vecchio pioppo cipressino molto alto, con vicino una panca e un tavolaccio e poco più in là una grossa croce in legno. Piantare croci nella campagna era antica usanza contadina per scongiurare le avversità e la grandine. Di fianco passava uno dei rami del canale Leiretta con acqua abbondante e limpida utilizzata per irrigare i campi. La Leiretta proveniva da sorgenti situate tra Borgaretto e Beinasco. Più a valle, prima di sfociare nella Leira, scorreva parallelamente e a breve distanza con il canale della Gora Palazzo”.

Il lunedì era il giorno del bucato. Scrive Sion Segre Amar in “Sette storie del numero 1” che negli anni ’20 “a Nichelino, il bucato lo fanno nella bealera. Ci sono dieci donne, inginocchiate l’una accanto all’altra, con l’asse a due gambe appoggiato sul fondo e il grosso sapone di Marsiglia sull’erba, sulla destra. Mamma raccomanda sempre a Rusin che la nostra lavandaia si metta la prima, a monte”.

Le aree del quartiere Castello e della Viberti prima dell’urbanizzazione erano una vasta zona agricola con prati, campi e numerosi viali di gelsi detti “moré” che, disposti in rigorose simmetrie, delimitavano le strade in terra battuta o i canali e i confini. I gelsi erano molto importanti nell’economia rurale per l’allevamento dei “bigat” (bachi da seta). “In quella vasta campagna -prosegue nel suo racconto il geom. Nello - venivano organizzate battute di caccia alle quali, un po’ più grandicello, partecipavo con i miei sei cugini e alcuni amici, tutti cacciatori. Si concludevano con una ricca cena nella cascina Granda con parenti e imprenditori”.

DALLA MADONNINA A STUPINIGI

Su una vecchia mappa del suo studio “il geo” mi guida attraverso quelle stradine di campagna, poco più che sentieri: “A circa 300 metri dalla croce si trovava il pilone della Madonnina (traslata nel marzo 1984 in via Amendola angolo via Pio La Torre) dal quale aveva preso il nome quella strada di terra battuta che da lì proseguiva fino al ricongiungimento con la strada vicinale del Pascolo Boria”. Già in un documento del 1351 risulta citato il “Pascolo Borie” in corrispondenza dell’area dove oggi insiste via del Pascolo. Il viale di pioppi cipressini, tra il Castello e la Biblioteca Arpino, venne abbattuto e poi ripristinato negli anni ’90 in seguito alle richieste dei cittadini, come documentato in “Storia di un Movimento” a cura del Comitato Quartiere Castello.

Con la Leia era uno dei viali storici della nostra città - precisa la nostra guida - Il percorso proseguiva girando sulla via Pallavicino dove al fondo si intersecava con la rota’ (strada di campagna) Debouchè percorrendola fino alla rota’ antica dell’Ordine Mauriziano”.

In pochi decenni molte cose erano cambiate, Nichelino non era più il borgo rurale degli anni ’20 con poco più di 2.000 abitanti. Con un processo irreversibile dopo gli anni ’60 quel mondo scomparve rapidamente.

Il nostro breve viaggio sulle orme di Segre si conclude, e non casualmente a Stupinigi, la più bella frazione del mondo nominata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità: non dobbiamo mai dimenticare che Stupinigi è un grandissimo valore aggiunto della nostra Città da valorizzare sempre più.

Franco Alessio

- Nella foto veduta aerea degli anni '60 (Archivio F. Alessio)


- I NOSTRI DIALETTI -

CONTACC!

Là ’ndoa a - i era l'erba…

A la fin dl’articol l’hai ciamaje al geom. Nello: “Co’ na pense ’d lòn che loma contà?”

An ven an ment ’n po' la stòria dëI «ragazzo della via Gluck»: mach ant ël quarté Castel a i – è la trasformassion ’d 500 giornà ’d teren, ’d pra e camp ën 8.000 abitant, ma peui a ié tut ‘l rest d’la sità ch’ a cambia”.

Prima a l’era l’época dij teracin, d’iamnisé, djë strasé, dij lavandé e dij vej mësté. D’operaj, contadin e ortolan a – i na j’era già. Peui a l’è rivaie ‘l miràcol econòmich ch’ a l’à portà tanta gent e tut a l’é cambià.

Për i nòst giovo le nòste rèis a son importante, almen savej coma a l’era prima ’d ven-e a stéie nojàutri: coma i l’oma vist ën pòst pien ’d verd.

Ma se a l’era nen për il geòm. Nello trovavo gnanca pì la stra ’d ca nòsta!

Contacc !

Alen

***

(Traduzione dal dialetto piemontese)

PERBACCO !

Là dove c’era l’erba…

Alla fine dell’articolo ho chiesto al geom. Nello: “Cosa ne pensi di quello che abbiamo raccontato?”

“Mi viene in mente un po' la storia deI ragazzo della via Gluck’: solo nel quartiere Castello c’è stata la trasformazione di 500 giornate di terreno, di prati e campi in 8.000 abitanti, ma poi c’è anche tutto il resto della città che cambia”.

Prima era l’epoca degli spazzaturai, degli straccivendoli, dei lavandai. Di operai, contadini e ortolani ce n’erano già, ma poi è arrivato il miracolo economico che ha portato tanta gente e tutto è cambiato.

Per i nostri giovani le nostre radici sono importanti, almeno sapere come era prima che noi venissimo ad abitarci: come abbiamo visto era un posto pieno di verde.

Ma se non era per il geom. Nello, non trovavamo neanche più la strada della nostra casa!


MIZZICA!

Nu 1968 ivu a finiri a Nichelino, anzi pi essiri precisi, truvavu casa  a lu Palazzuni…accussì si chiama, un puostu ca si trova vicinu a Garino. Fiurativi ca, a parti u pani e u latti, p'accattari tutti l’autri cuosi avivamu a jri appuntu a stu Nichelinu, assinnò a Torinu.

Ca poi stu Nichelinu è un paisuni. E’ ‘na vucciria, picchì cu parra u sicilianu, cu u calabrisi, autri u sardu e i “ciau nè” (i piemuntisi pi capirini).

Sti Agnelli cu sta Fiat stavanu canciannu l’Italia, u travagghiu c'era, ma mancavanu i scoli e i picciriddi avianu a fari i doppi turni. Chi camurria! Cci vuliva pacienza.

Doppu deci anni  m'accattavu a casa in un quartieri nuovu cu tanti palazzi, unu u chiamanu grattacelu. Hannu tanti bieddi iardini chi sciuri, pianti e curtigghi granni.

Uora Nichelinu sta crisciennu in cristiani, billizzi, storia e cultura, ma manca u travagghiu!

Ciau nè.

Nuttaré 

(Traduzione dal siciliano di Palermo)

Nel 1968 sono andato a finire a Nichelino, anzi per essere precisi, ho trovato casa al Palazzone…così si chiama, un posto che si trova vicino a Garino. Immaginate che, a parte pane e latte, per comprare tutte le altre cose dovevamo andare appunto a questo Nichelino, altrimenti a Torino.

Che poi questo Nichelino è un paesone. E’ un caos, perché chi parla il siciliano, chi il calabrese, altri il sardo e i “ciau nèh” (i piemontesi per capirci).

Questi Agnelli con la Fiat stavano cambiando l’Italia, il lavoro c’era, ma mancavano le scuole e i bambini dovevano fare i doppi turni. Mannaggia! Ci voleva pazienza.

Dopo dieci anni ho comprato casa in un quartiere nuovo con tanti palazzi, uno lo chiamano grattacielo. Hanno tanti bei giardini con i fiori, piante e cortili grandi.

Oggi Nichelino sta crescendo in persone, bellezza, storia e cultura, ma manca il lavoro! Ciau nèh.