A tre anni dall'inizio di questa fase del conflitto, il Sudan sta attraversando la crisi umanitaria più grave del pianeta, sprofondato in un silenzio mediatico e politico,
Padre Diego Dalle Carbonare, superiore dei missionari Comboniani, recentemente rientrato in Italia da Port Sudan, ha denunciato l'indifferenza internazionale verso una guerra dai tratti genocidari che vede contrapposti l'esercito nazionale e forze paramilitari. Mentre l'attenzione mondiale è assorbita dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente, quattordici milioni di sudanesi hanno abbandonato le proprie case e venticinque milioni di persone soffrono la fame ogni giorno.
La tragedia colpisce in modo devastante le nuove generazioni. Sette milioni di bambini non frequentano la scuola da tre anni, rischiando di diventare una generazione perduta, mentre i dati di Save the Children indicano che tre neonati al minuto vengono al mondo in un contesto di violenza e privazioni. Diciassette milioni di minori necessitano di assistenza immediata in un Paese dove l'ottanta per cento delle strutture sanitarie è fuori uso e gli ospedali sono diventati bersagli dei combattimenti.
Le radici del conflitto risiedono in una lotta per il potere e per il controllo di risorse strategiche come oro e petrolio, alimentata da interessi di potenze regionali che sostengono le diverse fazioni. Il Sudan appare oggi spaccato in due, con le zone occidentali e meridionali precipitate nel caos e nelle distruzioni, mentre l'area di Port Sudan mantiene una precaria stabilità. In questo scenario, la Chiesa locale continua a operare attraverso la riattivazione delle parrocchie e il sostegno agli sfollati, supportata da iniziative come la campagna Italy for Sudan promossa dalla Farnesina.
Tuttavia, gli aiuti materiali da soli non sono sufficienti a fermare la deriva del Paese. Serve uno sforzo diplomatico globale per imporre una tregua e rompere l'isolamento di un popolo stremato.