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Quando don Paolo andò in URSS

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Dopo la morte di don Paolo Gariglio con i suoi 95 anni continua a emergere uno sterminato bagaglio di ricordi, aneddoti e testimonianze.

Qualche settimana fa il settimanale diocesano La Voce e il Tempo ha ricordato un lontano viaggio di don Paolo in Unione Sovietica negli anni ‘60, evento quanto meno insolito per un prete in quel periodo di piena guerra fredda.

La vicenda l’ha raccontata don Renato Casetta, oggi ultraottantenne e all’epoca giovane seminarista, che prese parte a quell’avventura. Renato era stato uno dei primi ragazzi di Lingotto a partecipare ai campi in montagna alla Maison des Chamois. “Conobbi don Paolo un anno prima della sua ordinazione presbiterale (1955) a cui è seguito l’incarico di viceparroco nella Parrocchia dell’Assunzione di Maria Vergine a Lingotto in via Nizza 555, sede della nuova residenza della mia famiglia in Torino. Dalla campagna in città: un passaggio epocale e difficile, favorito dalla presenza di un oratorio in via Valenza, vicino alla Fiat-Avio, dove don Paolo alternava il servizio di assistente in oratorio con quello di cappellano tra gli operai. Proprio dagli operai gli fu suggerito l’opportunità di un viaggio in Russia, in quel periodo facilitato dall’Agenzia Italturist, una delle poche conosciute per sbrigare le pratiche di accesso a un viaggio oltre cortina, come turisti e con autovettura privata, per entrare in qualità di cittadini stranieri in Cecoslovacchia, Polonia e Unione Sovietica”.

Partirono in tre su una Renault 4L per coprire gli oltre seimila chilometri da Torino a Mosca tra andata e ritorno: don Paolo, il seminarista Renato e Franco Chiesa anche lui giovane di Lingotto   Il “don” per l’occasione dismise tonaca e clergyman per indossare giacca e cravatta che avrebbero dato meno nell’occhio. Non c’erano ancora le autostrade di oggi e soprattutto c’era la “cortina di ferro”, ossia l’Europa divisa in due tra Paesi del blocco occidentale e quelli dell’est con l’Unione Sovietica e satelliti. L’era di Krusciov, segretario generale del PCUS, era ormai al tramonto e in URSS di lì a poco sarebbe iniziata quella di Kossighin, Podgorny e del granitico Breznev destinato a rimanere a lungo in auge,

Spinti dalla curiosità, per vedere come si “viveva sotto il comunismo” e anche per capire se davvero la Russia era atea come si diceva, i tre “turisti di Torino” intrapresero il lungo viaggio sulla rotta stradale concordata con Italturist.  Si portarono dietro anche una cinepresa e al ritorno don Paolo realizzò un documentario in 16 millimetri, lo intitolò “Dalla Russia con amore”. Alla frontiera con la Cecoslovacchia passarono una nottata bloccati in un posto di polizia per problemi burocratici con rischio di complicazioni giudiziarie e diplomatiche. Li trasse d’impaccio la benevolenza di un’interprete.

Racconta don Renato Casetta: “Semplicemente, soprattutto a Mosca con le dovute precauzioni, nella stanza d’albergo, don Paolo celebrava la Messa, la mattina presto, a cui noi due partecipavamo. In uno degli ultimi giorni, invece di fare la comunione in albergo, don Paolo mise in una teca le ostie consacrate per poi consegnarle a noi due nei giardini del Cremlino, pregando per i fratelli a cui non era facile esprimere la propria fede pubblicamente”. Fu una processione del Corpus Domini quanto meno insolita e clandestina.

Nonostante il relativo “disgelo” di Krusciov quasi tutte le chiese erano chiuse dai tempi di Stalin, trasformate in magazzini o destinati ad altri usi.  Le pratiche religiose in pubblico erano vietate e quelle in privato soggette a rigide restrizioni. Nonostante questo, i “tre turisti” notarono che i bambini andando a scuola erano soliti inchinarsi con devozione davanti a una statua che assomigliava a quella del Sacro Cuore. Subito però si accorsero che in realtà quella era la statua di Lenin.

M.C.

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