Questo mese parliamo dei “giardinè”, gli ortololani, un fiore all’occhiello di Nichelino.
Con l’avvento dell’industrializzazione e la nascita di grandi e piccole fabbriche, le periferie specialmente quelle a sud di Torino, cominciarono a cambiare volto. Fiat e Fornara indussero ampie zone agricole a divenire zone abitative. Le aree coltivabili, meno toccate dal cambiamento, continuarono a svilupparsi nei paesi vicini, tra cui Nichelino, ambita per la fertilità del terreno (particolarmente adatto alla coltivazione di ortaggi) e per l’abbondanza di acqua.
Così parecchie famiglie contadine si trasferirono al “Niclìn”, per acquistare terre al di qua del Sangone e diventare “giardinè”. Misero a frutto il loro sapere modificando i terreni alla bisogna, preparando con cura gli orti, concimando, livellando od inclinando con la pendenza giusta, in modo da poter meglio irrigare i poderi con un sistema “a scorrimento”. In breve tempo le colture agricole cambiarono il paesaggio prima intorno al Sangone e nella zona di San Quirico, poi verso Vinovo.
Ora si potevano vedere grandi spazi coltivati a pomodori, carote, sedani, l’immancabile “manigot” ed ancora cavolfiori, cavoli, melanzane, “ravanin” e “sciulot” (rapanelli e cipollotti) a seconda della stagione. Si fece notare in particolare la coltivazione delle erbe aromatiche: basilico, prezzemolo, maggiorana, rosmarino, ancora adesso apprezzati e ricercati nei mercati.
L’orto ha bisogno di molta acqua con irrigazioni regolari, quando madre natura non provvede. Si impose perciò un mezzo “tecnologico” che era presente anche nel lavoro dei “lavandè”. Si tratta della “noria”: era piazzata nel punto più alto del terreno, pescava acqua di falda con cassetti di latta catramata, circa una trentina, che formavano una catena; ogni cassetto conteneva all’incirca 20 litri. L’acqua veniva riversata in un primo grande canale da cui si diramavano canali più piccoli. Per fare funzionare il tutto, un robusto cavallo doveva girare intorno al pozzo, legato ad una sbarra per azionare il congegno. Dovendo lavorare per molte oreall’animale veniva calata sugli occhi una cuffia per evitargli capogiri. Il motore elettrico o meccanico sarebbe arrivato molto più tardi…
Quando le colture giungevano a maturazione venivano raccolte, mondate, lavate accuratamente dentro a vasche di cemento con acqua corrente e sistemate in bella vista in apposite “cavagne”, ceste costruite sovente dagli ortolani stessi. Nel periodo invernale si recavano nei paesi sulle sponde de Po ed acquistavano rami di salice rosso con cui pazientemente nelle sere d’inverno intrecciavano i cesti, contrassegnandoli poi con le iniziali dell’azienda o con strisce colorate per essere recuperati e riutilizzati.
Arrivava quindi il momento della vendita: si doveva portare il prodotto al mercati. Le ceste di ortaggi venivano sistemate con cura sui carri trinati da cavalli. Per arrivare in tempo “alla banda” di inizio contrattazione, si doveva partire alle ore piccole (l’una o le due di notte) per avere un posto privilegiato: dalle cascine uscivano file di carri in direzione di Torino, verso i mercati di piazza Madama Cristina e via Nizza. “Vita dura e faticosa quella dei ‘nostri giardinè’. Tanto più che la terra, fino a quando non divenne abituale l’uso dell’aratro trainato dal cavallo, veniva tutta lavorata a mano con la vanga”, si legge nel libro “Nichelino come eravamo”. La terra è bassa e la fatica di stare chinati tutto il giorno era pesante, ma questo lavoro permetteva una certa agiatezza. Dopo la prima guerra mondiale i “giardinè” di Nichelino si allargarono sul territorio arrivando ad essere circa 150 aziende in maggioranza a conduzione famigliare. Con la costruzione del mercato ortofrutticolo all’ingrosso (MOI), i nostri “giardinè” ebbero uno spazio coperto a loro riservato, uno dei più estesi tra quelli assegnati ai produttori piemontesi.
Ora nella nostra città i “giardinè” sono molti di meno. I tempi cambiano… ma i pochi ortolani rimasti continuano a fornire prodotti di alta qualità.
Bruno Guglielmino