Qualche nichelinese ricorda ancora il vecchio cinema in via Stupinigi, costruito tra le due case “gemelle” (in una c’era la canonica e nell’altra l’oratorio).
Oggi l’edificio ospita un laboratorio della scuola professionale Engim ed in parte è adibito a magazzino della Caritas.
Il salone in questione venne fatto costruire prima della guerra da don Vincenzo Burzio che fu parroco alla Santissima Trinità dal 1919 al 1940. Prima di essere cinema però l’edificio venne utilizzato soprattutto come teatro. Nella foto si vede un folto gruppo di ragazzi ed alcuni adulti sul palco, impegnati in una rappresentazione. I costumi di scena sono piuttosto curati, così come il fondale dipinto. La passione per il teatro era diffusa: recite, rappresentazioni su temi biblici, ma anche commedie. Si narra che il parroco don Burzio una volta ospitò nel teatro parrocchiale anche una compagnia di varietà che per il maltempo non era riuscita a tenere lo spettacolo in piazza.
Nel dopoguerra nell’oratorio del paese la tradizione del teatro continuò per un buono decennio con tanto di compagnia filodrammatica coinvolgendo piccoli e grandi, fino ad essere soppiantata dal cinema.
In realtà a Nichelino la prima sala cinematografica del paese si trovava nell’odierna piazza Barile angolo vicolo Ponente (ora c’è una pizzeria/kebab e fino a qualche anno fa la sede delle ACLI), ma ben presto il cinema prese stabile dimora nel salone parrocchiale. Qui nel 1960 nel salone parrocchiale di via Stupinigi venne installato il CinemaScope. L’innovazione tecnologica riscosse immediato successo, però ridusse notevolmente la superficie del palco e la vivace attività teatrale che aveva caratterizzato i precedenti decenni. Per l’occasione venne proiettato il film “I Dieci Comandamenti”, kolossal da tre ore e mezza di Cecil B. De Mille con Charlton Heston nei panni di Mosè e Yul Brynner in quelli del Faraone, colonna sonora di Bernstein. Il CinemaScope si caratterizzava per le maggiori dimensioni dello schermo e consentiva una visione decisamente più spettacolare.
Venne dismesso anche il proiettore a lampada, ormai obsoleto, noto per le frequenti interruzioni nel bel mezzo del film con il pubblico che rumoreggiava in sala, costretto a tornarsene a casa. Fu sostituito da un proiettore professionale della Microtecnica, il Micron 18, formato 16 mm, con lampada ad arco alimentata da due carboncini incandescenti. Nei primi anni Sessanta il cinema dell’oratorio conobbe la propria stagione d’oro, con una schiera di volontari guidati da Dino Crivellari, tecnico provetto in cabina di proiezione. Nell’intervallo tra un tempo e l’altro le pellicole venivano montate sul proiettore e poi riavvolte manualmente con una ribobinatrice a manovella per lo spettacolo successivo. Qualche volta la pellicola si spezzava oppure durante la proiezione fondeva per il troppo calore a causa di qualche inconveniente meccanico che ne bloccava l’avanzamento. Allora bisognava ripararla con del nastro adesivo eliminando un po’ di fotogrammi.
ALTRO CHE PLAY STATION
Uno spettacolo al sabato sera e un altro per i ragazzi alla domenica pomeriggio. Per loro l’ingresso costava 40 lire con i classici Stanlio e Ollio, Totò, Maciste, Tarzan, Zorro, Don Camillo e Peppone e poi western, cappa e spada, film di guerra e cartoni animati: nell’intervallo tutti a comprare il bastoncino di liquirizia, il “cicles” (in Piemonte così si chiamava la gomma da masticare) e per i più fortunati i primi pacchetti di patatine o paidoro, come bibita la gazzosa d’ordinanza. Generalmente la “consumazione” non doveva costare più di 10 lire, perché il totale di 50 lire era l’equivalente del “pret”, la paghetta settimanale che i genitori davano al bambino. Tuttavia il mitico Luciano Camino, animatore e factotum nell’oratorio dell’epoca, era sempre pronto a intervenire se si accorgeva che qualche ragazzo non poteva permettersi nemmeno questo lusso.
Dopo tre o quattro anni dall’uscita e dalla “prima visione” i film approdavano infine nel circuito economico delle “altre visioni”, la generazione del baby boom a Nichelino fece comunque ancora in tempo a vedere “Lo chiamavano Trinità”, prima che il cinema dell’oratorio giungesse a fine carriera.
La sala era decisamente spartana, ma le uscite di sicurezza erano piuttosto efficienti, perché alla fine del film le porte si spalancavano e una frotta di ragazzi si riversava immediatamente in cortile nel giro di una manciata secondi. Sedie di legno basculanti e perennemente cigolanti con telaio di metallo a vista, impianto di riscaldamento praticamente inesistente con stufa a carbone rigorosamente spenta per motivi di sicurezza: il cinema/teatro per continuare a funzionare avrebbe comunque avuto bisogno di radicali interventi di ristrutturazione. Il parroco don Granero a un certo punto pensò di costruirne uno nuovo, ma il progetto fu accantonato per avviare la costruzione della chiesa grande della Santissima Trinità. A cavallo tra gli anni ‘70/’80 nel cinema parrocchiale si svolsero gli ultimi cineforum dei gruppi giovanili attingendo al catalogo della San Paolo Film che offriva film di qualità a costi di noleggio ragionevoli. Di lì a poco sarebbe cominciata la rivoluzione delle videocassette…
La tragedia dello Statuto nel 1983 segnò la definitiva chiusura di molte sale a Torino e dintorni, in particolare quelle di periferia: nella nostra zona il San Carlo a ponte Sangone (che già era inagibile), il Ghigo in via Cuneo/via Pastrengo, il Cabiria a ponte Nizza, l’Italia a Moncalieri, il Continental a Lingotto. A Nichelino anche il cinema Superga, di recente costruzione e da poco inaugurato, restò chiuso per parecchi anni.
D&M