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Monte Athos, un mondo a parte

Società e cultura
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Il Monte Athos è noto ai più per il fatto che, nel suo territorio, è rigorosamente interdetto l’accesso alle donne. Caratteristica vista da molti con curiosità, da alcuni con fastidio.

In realtà la situazione è più complessa. La repubblica monastica del Monte Athos, la “Montagna Sacra”, è una regione autonoma della Calcidica, in Grecia, abitata da una comunità di circa 1500 monaci ortodossi che si regge in una forma di autogoverno su regole molto antiche e severe, tra le quali il controverso divieto di accesso alle donne. Entrarvi non è facile: occorre richiedere con molto anticipo un permesso apposito, il Diamonītīrìōn, che viene concesso in numeri assai limitati, soprattutto per i non ortodossi, e vale al massimo tre giorni.

Partiamo in tre ad esplorare questo mondo a parte, oltre a me un mio compagno di un viaggio precedente all’Isola di Pasqua e un professore universitario e restauratore esperto, che ci darà preziose informazioni sui dipinti e le icone che vedremo nei monasteri.

Dopo un volo Milano-Belgrado-Salonicco giungiamo alla cittadina di Ouranopolis, porta d’ingresso all’Athos. Cresciuta sull’impulso del turismo religioso, oggi è ricca di taverne, pensioni, negozi di articoli ecclesiastici nonché di souvenir e materiale balneare, animata da un andirivieni di monaci ma anche di laici, spesso dotati di zaini, bastoncini e varia attrezzatura da trekking high tech. Tutti ansiosi di approdare sulla Montagna Sacra, pronta ad accoglierli con la prospettiva (… o il rischio?) di diventare il prossimo Cammino di Santiago, magari per gli ortodossi.

Di buon mattino, dopo aver ritirato il Diamonītīrìōn, ci imbarchiamo anche noi per il porticciolo di Dafni. Da lì raggiungiamo Karyes, una sorta di piccolo capoluogo dove vivono i pochi laici stabili sul Monte, quindi il primo dei tre monasteri che prevediamo di visitare, Megisti Lavra.

“IL MIO POSTO È QUI”

Nel più importante e più antico monastero dell’Athos abbiamo il nostro primo incontro con un monaco. È un novizio, ci dice (per quanto sembri piuttosto anziano), viene dall’Australia figlio di genitori greci. In patria faceva l’ingegnere edile, poi ha sentito il bisogno di una vita diversa, è tornato in Grecia e si è fatto monaco atonita. “E’ Dio che decide dove dobbiamo stare, – prosegue – e per me ha deciso che dovevo stare qui.” Poi approfondisce la propria affermazione con un discorso in verità piuttosto oscuro, secondo il quale Dio ha voluto che i marsupiali stessero in Australia, che il Madagascar fosse abitato da animali diversi dal resto dell’Africa e i pinguini vivessero in Antartide. “Credete che i pinguini sarebbero rimasti in un territorio così inospitale se non ce li avesse messi Dio?”. Una rivisitazione originale delle teorie di Darwin.

Il mattino seguente torniamo a Karyes per spostarci poi al monastero di Xeropotamou. In due decidiamo una visita fuori programma al monastero di Koutloumousiou, a pochi passi da Karyes, dove ci accoglie il frate portinaio.

“ITALIA, CHE DISASTRO!”

Quando scopre che siamo italiani: “Italia, Italia! Oh, che disastro! – esordisce, e ci circonda con le sue ampie braccia accompagnandoci verso l’esterno. ‘Che cosa abbiamo combinato? Forse perché non siamo ortodossi?’ mi chiedo. Usciti fuori riprende: “Italia, che disastro, che disastro! Terza volta fuori dal Mondiale! E per colpa della Bosnia, poi!”. Ci mettiamo a ridere tutti insieme e non possiamo che dargli ragione.

La conversazione prosegue, molto piacevole. “Ci vuole un po’ di umorismo nella vita. – spiega – “Non puoi solo pregare e meditare in silenzio altrimenti crolli.” Gli chiediamo se è disposto a farsi fotografare; ci risponde che molti glielo chiedono, ma purtroppo poi nelle fotografie lui svanisce perciò fotografarlo è inutile. Un modo elegante per opporre un rifiuto gentile ma fermo, che apprezziamo.

La cordialità del frate portinaio di Koutloumousiou non è la norma, di solito i monaci si mantengono più distaccati. Probabilmente conta il fatto che non siamo ortodossi, loro lo sanno o lo intuiscono; quindi, non siamo propriamente pellegrini ma piuttosto “visitatori”, qualunque cosa questo voglio dire. Lo percepiamo chiaramente proprio a Xeropotamou, dove la regola prescrive che i non ortodossi non possono assistere alle funzioni e non possono mangiare con i monaci, ma in un refettorio separato. Per il resto veniamo trattati benissimo e il cibo è eccellente.

L’ultima nostra tappa è il monastero russo di Agios Panteleimon. Qui l’atmosfera cambia decisamente, l’ambiente sobrio dei monasteri greci lascia il posto ad un complesso grandioso e un parco curato dove nulla è fuori posto. Ci sono persino due negozi dove si vendono svariati e talvolta improbabili “prodotti del Monte Athos”.

Che dire, in conclusione, di questa fugace visita all’Athos? T

re giorni forse bastano per un pellegrino, ma non per un visitatore che vuole capire qualcosa di più sulla Montagna Sacra e di questo sorprendente “mondo a parte”. Ci ripromettiamo di tornare, magari con un Diamonītīrìōn più prolungato.

Marco Foglino

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