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Dom, Giu
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Dove manca la cura, non c'è vera libertà

Etica
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Nichelino - Il dibattito sul “fine vita” e sul suicidio assistito sta diventando sempre più acceso.
In genere è presentato come una questione di libertà individuale: la persona, sofferente, dovrebbe poter scegliere quando e come morire. Ma forse è un’impostazione troppo semplice e, soprattutto, nasconde pericoli per le persone più deboli incapaci di autotutelarsi, malati gravi, anziani non autosufficienti, persone con disabilità, sole o prive di una rete familiare adeguata. In questi casi la “scelta libera” sul fine vita non appare propriamente libera. Perché occorre verificare se nasce davvero dalla libertà, oppure nasce dalla mancanza di cure adeguate, dalla paura di pesare sugli altri, dall’abbandono dei servizi pubblici. Qui il tema del “fine vita” si trasforma da una questione di libertà privata ad una grossa questione sociale pubblica.

Se una persona malata riceve cure adeguate, assistenza continua, sollievo dal dolore, supporto psicologico, vicinanza familiare e sociale, allora la sua volontà può esprimersi in un contesto più protetto e libero. Ma se quella persona è lasciata sola, se non trova posto in una struttura, se non riceve cure domiciliari sufficienti, se la famiglia è stremata ecc. allora la sua richiesta di morire può essere il risultato di una condizione di abbandono. Da considerare anche le pressioni più o meno nascoste del tipo: “non voglio essere un peso”, “costo troppo”, “la mia famiglia non ce la fa più”, “lo Stato non mi garantisce ciò di cui ho bisogno” ...

C’è però da registrare negli ultimi tempi una certa resistenza alla legalizzazione del suicidio assistito in diversi Paesi europei, proprio per queste ragioni di tutela dei soggetti deboli e non solo per ragioni religiose o ideologiche. In particolare nel Regno Unito, in Scozia e in Francia si sono registrati rallentamenti o bocciature di proposte di legge sul suicidio assistito per motivi molto concreti riguardanti la protezione delle persone “fragili”.
In Italia, il dibattito è in corso. Il riferimento – com’è noto – è la sentenza n. 242/2019 della Consulta, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il divieto assoluto di aiuto al suicidio, ma ha contestualmente fissato paletti molto stringenti affinché tale aiuto non sia punibile.

Ad ogni modo su queste stesse pagine avevamo già evidenziato il rischio di aprire al suicidio assistito. Una volta aperta la porta alla morte medicalmente assistita, anche con paletti inizialmente rigidi e apparentemente molto controllati, quei criteri tendono nel tempo ad allargarsi. L’esperienza di Paesi come Paesi Bassi, Belgio e Canada mostra infatti che ciò che nasce come possibilità limitata a casi estremi può progressivamente estendersi a situazioni sempre più ampie e delicate, includendo minorenni, persone non terminali, persone con sofferenze psichiatriche, soggetti socialmente fragili.

Ora la Costituzione italiana all’articolo 32 tutela la salute come diritto fondamentale della persona. Questo significa che la priorità deve essere quella di garantire pienamente il diritto esigibile a essere curati, assistiti e accompagnati. Non aiutare le persone “fragili” a sparire.

La risposta vera alla sofferenza è rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale e le reti di cura. Quindi rifinanziare in modo adeguato e stabile il SSN per l’assistenza domiciliare, le prestazioni per la non autosufficienza, il sostegno alle famiglie ed applicare pienamente la Legge 38 del 2010 sulle cure palliative e sulla terapia del dolore.
Dove sono carenti assistenza e sostegni, non c'è vera libertà: solo una resa che scambia l'offerta della morte per una soluzione.

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