Chi furono le compagne dei conti Occelli di Nichelino?
L'albero genealogico di famiglia dice quali furono le mogli. Tuttavia, delle vicende sentimentali degli Occelli non è che si riesca a sapere granché al di là delle scarne notizie anagrafiche: il giorno del matrimonio, la chiesa in cui venne cebrato, il numero dei figli.
L'unica "love story" che si può raccontare è quella di Luigi e Luisa, scritta ai primi dell'Ottocento, in epoca napoleonica. I due hanno la stessa età. Lui è Giacomo Luigi Occelli, il penultimo dei conti di Nichelino. Lei è la contessa Luisa Della Chiesa di Cervignasco: parla e scrive in francese, vive a Saluzzo dove il padre è tenente colonnello delle Milizie cittadine; uno dei suoi fratelli, Federico, è Ufficiale degli Ussari di Francia.
All'Archivio di Stato di Torino sono conservate alcune lettere che la ventenne Luisa scrisse al fidanzato "monsieur Louis Occello, Niquelin".
"Mio caro promesso sposo - scrive - ho ricevuto in questo momento la vostra gentile lettera. Vedo che pensate parecchio a colei che tra un po' avrà la fortuna di essere vostra moglie e vi assicuro che a me capita lo stesso perché vi amo con tutto il cuore". Il matrimonio è nell'aria e le rispettive famiglie hanno preso i contatti di rito: "questa mattina il mio caro papà ha mandato i documenti che vostra madre desidera avere, così penso che sabato avrò la consolazione di vedervi, secondo il nostro progetto". La futura nuora tenta anche di accattivarsi le simpatie della suocera: "Vi prego di fare i miei omaggi alla vostra amabile mamma; ricevete anche quelli dei miei genitori che sono ansiosi di conoscervi".
A un certo punto per l'incontro previsto sembrano esserci delle difficoltà, ma Luisa non dispera e proprio in quel sabato scrive a Luigi: "spero che tutto si sistemi, cosicché voi non rimanderete la vostra venuta... ho ancora un po' di speranza di potervi assicurare, oggi, a viva voce, quanto vi ami e vi prediliga di cuore". E infatti tutto si sistemò perché i nostri convolarono a giuste nozze il 30 gennaio del 1810.
Dieci anni dopo: 3 maggio 1820. Il conte Occelli, probabilmente, è in giro per affari; la contessa è tornata per qualche giorno dai suoi a Saluzzo. Nonostante la lontananza l'unione tra i due sembra solida: "Mio carissimo sposo - scrive Luisa di Cervignasco - che dirti della sensibile gioia che ha appena provato il mio cuore nel ricevere la tua amorevole lettera, nel leggere che le tue notizie sono buone e che hai fatto buon viaggio. Vedo che sei sempre in faccende e che verso la fine della prossima settimana avrò il piacere di riabbracciarti; tu non sai quanta nostalgia ho del mio beneamato; in te solo farò sempre consistere la mia vera fortuna". La contessa ha qualche problema di salute: "soffro sempre di mal di cuore, ieri mattina ho parlato al medico per dei piccoli malesseri e lui mi ha fatto prendere un'oncia di... (n.d.t. parola illeggibile sul manoscritto); prendo per tre giorni l'olio, la mattina, prima del caffè e vedo che mi fa bene. Non essere in pena: non è niente". Tutto bene. Ma nella mente di Luisa si affaccia un dubbio: "Leggo nella lettera che ti sei come nel paradiso terrestre; io non faccio come la donna di Adamo e non ti sollecito a mangiare la mela proibita, anzi, ti raccomando di stare più in guardia di lui. Magari tu riderai della mia idea, ma io penso che bisogna sempre prevenire gli uomini e so che questa regola ti piace". La contessa aveva tutte le ragioni. Non era proprio il caso che a suo marito passasse qualche grillo per la testa. C'erano i figli a cui pensare! Ed è con loro che dovevano fare i "conti": Maria Enrichetta, Maria Ludovica, Secondina, Leonora, Augusto, Emilia, Niccolò, Carlo, Maria Felicita, Domenica.
da Nichelino Comunità n. 1/ febbraio1987