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Rivive il mito dell'Andrea Doria

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Una perfetta riproduzione del transatlantico Andrea Doria da qualche settimana fa bella mostra di sé nella vetrina nel negozio CTM in via Torino. Scala 1/200, migliaia di pezzi pazientemente assemblati: la nave in miniatura è fedele all’originale fino ai minimi particolari.
L’ha realizzata Sabino Novaco che alla passione per la pittura abbina quella per il modellismo; in precedenza aveva già costruito alcuni velieri, oltre a un magnifico presepe artistico in omaggio alle sue origini campane.

Adesso perché proprio l’Andrea Doria?

“Per me questa nave ha un particolare significato – spiega – La vidi da bambino nel porto di Napoli. Ero andato con i miei genitori a salutare una cugina in partenza per l’America. Certo, rimasi affascinato dal transatlantico, ma soprattutto mi colpirono le scene di tanta gente che dalla banchina salutava i propri cari. Molti piangevano, qualcuno svenne quando la nave mollò gli ormeggi. Sentivano che probabilmente quei loro cari, che lasciavano l’Italia per andare a lavorare al di là dell’oceano, non li avrebbero visti mai più”.

L’Andra Doria nel dopoguerra era il vanto della Marina Mercantile italiana. Lunga più di 200 metri, larga 27, ventinove tonnellate di stazza: una nave di lusso per le crociere in America, ma nella classe economica ospitò anche migliaia e migliaia di migranti italiani che per acquistare il biglietto investivano tutti i loro risparmi, in certa di una vita migliore oltreoceano. La traversata durava una settimana, fino al porto di New York.

“Io la collego ai migranti - continua Sabino Novaco - anche perché quando da ragazzo giunsi per la prima volta a Torino vidi il modellino dell’Andrea Doria che c’era nell’atrio della stazione di Porta Nuova. Lì attorno si riunivano i gruppi di siciliani, calabresi, pugliesi e campani in attesa dei Treni del Sud che portavano a Torino altri amici e parenti”.

Per montare tutti i pezzettini della sua Andrea Doria il pensionato nichelinese si è armato di pinzette e soprattutto di pazienza, tanta pazienza: “900 ore di lavoro, ho cominciato a raccogliere i fascicoli della scatola di montaggio nel 2012, ma l’impresa si è rivelata assai più complicata del previsto. I pezzi arrivavano grezzi e soprattutto erano tantissimi. Bisognava rifinirli, montarli nel modo giusto, verniciare tutti i particolari. Negli ultimi mesi ho cercato di accelerare; volevo terminare per il 2016 e sono riuscito a completare il lavoro a novembre dell’anno scorso”.

Il 2016 infatti è il 60° anniversario della tragica fine dell’Andrea Doria. Affondò nel luglio del 1956 davanti al porto di New York e il fatto all’epoca suscitò un’enorme impressione. A bordo c’erano 1.134 passeggeri e 572 membri dell’equipaggio agli ordini del comandante Piero Calamai. Il transatlantico italiano fu speronato dalla Stockholm, una nave passeggeri svedese. La collisione provocò un’enorme falla su una fiancata della nave italiana e una cinquantina di passeggeri che occupavano le cabine nel punto di impatto persero la vita. L’Andrea Doria cominciò ad inclinarsi e ad imbarcare acqua; dopo una notte di agonia affondò. Nella tragedia si riuscì a limitare la perdita di vite umane e ad evacuare tutti i sopravvissuti allo schianto, grazie alla tempestività dei soccorsi e al coraggio dell’equipaggio.

Il comandante Calamai fu l’ultimo ad abbandonare la nave. “Se non viene via, restiamo qui anche noi”, gli dissero alcuni ufficiali e lo convinsero in extremis poco prima che il transatlantico colasse a picco.
Giace da 60 anni su un fondale ad appena settanta metri di profondità e ogni tanto qualcuno propone di riportare il relitto a galla.

Comunque sia il ricordo dell’Andrea Doria vive.

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