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Bibbia per tutti - Il Libro del Qoelet

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Nelle nostre Bibbie subito dopo il Cantico dei Cantici troviamo un libro che nel corso del tempo ha cambiato nome:

la bibbia greca lo chiama “ekklesiastes” cioè capo-responsabile di una chiesa; la bibbia latina lo chiamò prima “concionator” (colui che tiene i discorsi), poi mutato in Ecclesiaste. Lutero nella versione tedesca della Bibbia lo chiamò “der frediger”, il predicatore. Oggi tutte le versioni bibliche lo chiamano con il nome ebraico di Qoelet.

L’incipit del libro ricorda molto quello del Cantico dei Cantici; “parole di Qoelet, figlio di Davide, re di Gerusalemme”, quindi anche questo scritto viene attribuito a Salomone, il re sapiente. I commenti rabbinici dicono che Salomone compose il Cantico quand’era giovane, il libro dei Proverbi nella maturità e il libro del Qoelet quand’era vecchio per tirare un bilancio della sua vita e trarne le conclusioni: “io Qoelet, re d’Israele… ho visto tutte le opere che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità, un inutile correre dietro al vento… Sono stato il più sapiente, ma più diventavo saggio più si accresceva l’affanno” (1,12-18… andate a leggerlo per intero!).

Un racconto rabbinico riporta che Salomone in vecchiaia fu punito da Dio per il suo orgoglio (si riteneva così sapiente che guardava tutti dall’alto in basso), per le sue ricchezze che non condivideva con i poveri d’Israele, per le numerose concubine straniere che lo allontanavano dal vero culto al Dio unico. Perciò fu cacciato dal trono e un angelo con le sue sembianze prese il suo posto per aggiustare le cose. Salomone divenuto povero e straccione, se ne andava ramingo di paese in paese dicendo: “Io Qoelet sono stato re d’Israele”; chiaramente nessuno gli credeva, anzi lo sbeffeggiavano e fu così che da questa triste esperienza nacque il libro del Quoelet.

Precisamente il libro inizia così: “addevarim Qoelet”. In italiano, invece di “parole”, si può rendere meglio questa espressione con “detti, sentenze, massime e riflessioni” di Qoelet. Questo nome risulta alquanto enigmatico e ricorre sette volte nel libro. E’ il participio del verbo ebraico “qahal”, radunare, convocare in assemblea, per cui lo si potrebbe tradurre in italiano come “colui che dirige, che convoca, che anima l’assemblea dei credenti”. Quindi è un maestro, un rabbi, che medita sul mondo e sa leggere il nascosto passaggio di Dio nella Storia indicando i veri valori del vivere.

Anche se questo libro è composto nel terzo secolo avanti Cristo, viene attribuito a Salomone per due motivi.

1) Perché la sapienza divina era la prerogativa del grande re e la sua figura era considerata autorevole. Quindi porre questo libro sotto l’egida di Salomone significava dargli importanza.

2) Il secondo motivo, a mio giudizio, è quello satirico. Sotto sotto Qoelet vuole sottolineare che anche il re più famoso, più ricco e più saggio non ha fatto altro che vivere le stesse esperienze che facciamo noi esseri umani ogni giorno: “ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco non sono altro che vanità… ciò che è storto non si può raddrizzare e ciò che manca non si può recuperare”, “quel che è stato sarà di nuovo e quello che si è fatto si rifarà, non c’è niente di nuovo sotto il sole”.

Pur nella sua saggezza Salomone non è riuscito a cambiare il mondo, anzi Qoelet mette in bocca a questo scettico e disilluso Salomone parole in cui la stessa missione regale è messa alla berlina: “meglio un ragazzo povero ma accorto che un re vecchio e stolto che non sa più ascoltare consigli (n.d.r riferimento alla senilità dei re Saul e Davide: anche i re rimbambiscono e gettano al vento quanto hanno costruito). Anzi il ragazzo povero può uscire di prigione ed essere proclamato re e ho visto una grande folla schierasi dalla parte di questo giovane che ha usurpato il posto al re, ma coloro che verranno dopo non saranno contenti di lui”. Questo può essere riferito a quanto accadde dopo la morte di Salomone, cioè la scissione di Israele in due stati. Al nord nella capitale Samaria sale al trono re Geroboamo, povero, figlio di una schiava, ex prigioniero per ribellione: usurpa il trono, acclamato da una grande folla.

Nel regno del sud, con capitale Gerusalemme, diventa re Roboamo, figlio di Salomone. Tanto saggio il padre tanto scemo il figlio. E allora – si chiede Quoelet – tutto quello che il saggio costruisce non è altro che vanità, se basta un figlio decerebrato in un momento di follia a mandare tutto in malora?

C’è un pizzico di attualità nella disillusione politica di Qoelet. Il sogno del popolo che spera finalmente in un governo di giustizia è ben presto deluso – scrive il card. Ravasi commentando questo passo – Ci si accorgerà che il nuovo potere riflette lo stesso stile di dominio dei governanti che lo hanno preceduto.

Il libro di Quoelet, però, non è solo impregnato di pessimismo e negatività!

Troviamo un’infinità di spunti poetici, di riflessioni incoraggianti e un fortissimo invito a vivere il proprio tempo con gioia e leggerezza: “non c’è nulla di meglio per gli uomini che godere e rendersi lieta la vita, ma ricordati che se un uomo mangia, beve e gode del suo lavoro questo è dono di Dio” (3,12-13). Che il Signore ci riempia di questi doni! Buona Bibbia a tutti.

Enrico de Leon