Qualche settimana fa la IV Commissione del Consiglio regionale del Piemonte ha ascoltato le associazioni
sulla bozza del nuovo Piano Socio-Sanitario 2025-2030. Per le persone con disabilità intellettiva e/o autismo con bisogno di sostegno elevato il messaggio rivolto alla Regione è stato univoco: servono più centri diurni e comunità-alloggio, soprattutto per chi ha anche problemi sanitari complessi. Oggi questi servizi sono carenti e frammentati sul territorio piemontese.
Le associazioni hanno chiesto la garanzia di standard chiari e rispondenti ai bisogni: centri diurni a tempo pieno aperti tutto l'anno (con mensa, trasporto ed almeno 14 giorni di soggiorno estivo), piccole comunità familiari da massimo 8-10 posti, professionisti formati sull'autismo e continuità di presa in carico durante tutta la vita.
Nella bozza attuale tutto questo praticamente non c'è: c'è solo un generico proposito di "potenziamento dei servizi per le persone con disabilità".
L'unico elemento davvero positivo è l'inserimento del modello DAMA per l'accoglienza ospedaliera personalizzata delle persone con disabilità impossibilitate a comunicare e collaborare – un risultato atteso e accolto con favore dalle associazioni della "Rete Obiettivo DAMA Torino" di cui fa parte anche la Consulta disabilità del Comune di Nichelino.
Il passaggio più preoccupante, però, è un altro: il Piano afferma che la recente riforma nazionale della disabilità, in corso di implementazione in questi mesi, "non potrà che modificare la conformazione dei servizi e delle prestazioni sul territorio, scardinando probabilmente l'impostazione attuale". Tradotto: si by-passa il sistema dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) - che oggi garantiscono fondamentali diritti sanitari e socio-sanitari finanziati pubblicamente - per un "progetto di vita partecipato e personalizzato" (cardine della nuova riforma), progetto bello sulla carta quanto lo vuoi, ma senza un euro in più di fondi pubblici.
Risultato? Con la riforma della disabilità (che abbraccia il paradigma dei "diritti umani" legittimato dalla Convenzione ONU ma non prevede risorse statali aggiuntive), i diritti rischiano di diventare aleatori e le prestazioni pagate di tasca propria da famiglie/utenti. Peraltro, senza un richiamo esplicito all'obbligatorietà dei LEA, anche quegli Enti del Terzo Settore che gestiscono i servizi restano senza certezze.
Il nuovo Piano deve rafforzare i diritti, non svuotarli: i LEA sono diritti veri, finanziati con soldi pubblici e tutelati dalla Costituzione. Vanno resi effettivi con standard realmente aderenti ai bisogni di famiglie e utenti. Altrimenti lo "scardinamento" sarà solo un nome poco elegante per scaricare su famiglie e utenti costi e responsabilità che lo Stato dovrebbe garantire.
UTIM odv
Nichelino