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Quel giorno Nichelino andò a fuoco

Pillole di storia
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Sono le quattro del pomeriggio di mercoledì 26 luglio 1882: su Nichelino soffia un forte vento caldo che spazza i cortili e i pagliai.

Il paese è quasi deserto: gli uomini sono al lavoro nei campi, le donne e i bambini sono in casa, al fresco. Il parroco, don Reviglio, è fuori sede. Improvvisamente da una cascina di «regione Corino», poco distante dall'attuale via Concordia, si leva una colonna di fumo. È fatta! Nel giro di qualche ora tutto il borgo è in fiamme.

All'alba del giorno dopo il cronista della Gazzetta del Popolo annoterà: «L'aspetto che presenta questo paese, che ventiquattro ore fa era ancora così sorridente e rigoglioso all'ombra degli ontani che lo attorniano nel bel mezzo della verdeggiante pianura, è indescrivibilmente desolante, miserabile. I biondi pagliai di cui erano stipate tutte le aie, in questi giorni impinguate dall'abbondante raccolto, nereggiano in tanti mucchi di carbone fumante. I tetti sono sossopra, i muri crollanti o crollati, i cortili allagati di un palmo d'acqua; balconi, loggie, masserizie, derrate, carri, tutto è affastellato, incarbonito, allagato o fumante».

Una vera e propria catastrofe che rase quasi completamente al suolo il paese; un evento unico nella storia di Nichelino di cui si parlò per anni e anni.

MAI SCHERZARE COL FUOCO...

Ad appiccare il fuoco fu una bambina di otto anni, certa Merlo Michelina, che stava giocando proprio vicino al pagliaio con gli «zolfanelli» e un mucchietto di foglie secche. La madre, accortasi della marachella, cominciò a rincorrere per l'aia la sua vivace figliola. Troppo tardi! Fece appena in tempo a voltarsi che già la paglia stava bruciando.

Le case in quel punto del paese erano addossate le une alle altre: costruzioni vecchie di duecento anni, fatte di paglia e fango con le tettoie e i balconi di legno secco, ultrastagionato.

Le fiamme si levarono altissime, alimentate dal vento; le lingue di fuoco si allungavano e attraversavano la piazza del paese fino ad appiccare l'incendio da una parte all'altra. Una miriade di brandelli incandescenti solcava l'aria e andava a formare nuovi focolai. “I pochi nichelinesi che erano in paese - si legge nelle cronache del tempo - invece di mettersi tosto ad un'opera energica e risoluta, (n.d.r.... e come? Se mancava pure l'acqua!) non pensavano che ad allibire di spavento e urlando si misero in fuga, abbandonando al fuoco tutto quello che non potevano portar via”.

ARRIVANO I SOCCORSI
L'allarme partì da Moncalieri, dove qualcuno era corso a telegrafare a Torino. Verso le sei di sera giunsero sei pompe e una squadra di cinquanta pompieri comandati dall'ing. Spezia. Intanto il prefetto Casalis fece requisire un treno della tramvia Torino – Orbassano per inviare sul luogo del disastro una truppa di militari, fra cui due compagnie del 57° in tenuta di fatica. In serata arrivarono altri 300 soldati per dar man forte ai soccorsi. Situazione drammatica. Non c'era acqua!

Si corre immediatamente a Stupinigi ad aprire alcune chiuse per alimentare le bialere. «Ma incredibile a dirsi - commenta l'inviato della Gazzetta Piemontese, non molto benevolo verso la gente del posto - deviata l'acqua, essa non giungeva al paese, perché parecchi contadini pretendevano disseminarla pei loro prati. Dovette intervenire la pubblica forza.  Cosa non meno incredibile! La stessa forza dovette intervenire per obbligare gli stessi abitanti, le cui case ardevano, a prestar mano alle pompe. Il sindaco e il segretario comunale non erano sul luogo; intervennero, chiamati, più tardi!».

L'opera di spegnimento vera e propria poté cominciare solo verso le nove di sera sotto la direzione dell'ing. Spezia e di vari ufficiali di stato maggiore e si protrasse ininterrottamente fino alle 17 del giovedì. Nella notte arrivarono altri volontari dai paesi vicini e numerose autorità da Torino: il prefetto Casalis, il questore Roncoron, i capi-uffizio Foassa e Zanini, il comandante delle guardie municipali cav. Capponi, il generale Martini e il sindaco di Moncalieri cav. Tabasso.

Delle abitazioni del centro del paese rimasero in piedi solo pochi muri perimetrali, mentre l'opera degli spegnitori riuscì a salvare le ultime case che si trovavano lungo via Torino. Difficile valutare il raggio d'azione dell'incendio, anche perché la disposizione dell'abitato era sicuramente molto diversa da quella di allora con poche centinaia di abitanti.

Al mattino, dopo una notte di inferno, regnava la disperazione: «La popolazione colle masserizie è accampata per le campagne circostanti. Si piange, si grida, si chiama, si litiga in una confusione di uomini, donne, bambini e vecchi. Ora l'acqua scorre a rigagnoli per i tetti. le case e le vie. I soldati parte manovrano coi pompieri, parte fanno la guardia alle masserizie. Che strano e terribile spettacolo di oggetti i più disparati amalgamati insieme!”.

300.000 LIRE DI DANNI
Nessuna vittima, per fortuna, grazie anche all'ora in cui l'incendio si era sviluppato. Enormi i danni materiali: bruciarono completamente ventisette case; altrettante subirono danni irreparabili. Distrutte anche la scuola, la farmacia, la drogheria, la panetteria e il macello. Bruciò anche il municipio che si trovava al centro del paese (l’odierna piazza Di Vittorio). La chiesa parrocchiale della Santissima Trinità invece fu risparmiata dalle fiamme ed anche per questo venne realizzato un quadro ex voto in ringraziamento a San Matteo, patrono di Nichelino.

In totale furono accertate 300.000 lire di danni (somma corrispondente a circa 1.350.000 euro di oggi) che vennero coperti per circa due quinti dalle Compagnie di assicurazione: la Fondiaria, Associazione mutua e Azienda assicurativa.

Centocinquanta persone, non assicurate, si trovarono però completamente sul lastrico senza tetto e senza pane.

Tutto il raccolto dell'anno, da pochi giorni rinchiuso nei granai, andò in fumo. Si impiegarono parecchi anni per ricostruire ciò che era andato perduto. Il dopo incendio fu particolarmente duro per la popolazione. La deputazione provinciale, dopo aver stanziato lire 300 per i contadini, «dolente che le ristrettezze del bilancio non le permettessero di concedere un più largo sussidio, iniziò, su proposta del Prefetto, una sottoscrizione fra gli onorevoli deputati provinciali» che fruttò lire 150. Duemila lire arrivarono, poi, dal ministero dell'interno. Altri aiuti vennero dalle sottoscrizioni aperte dai giornali di Torino, dalla Diocesi e da numerose associazioni. Dal senatore Casalis fu costituita per la distribuzione dei soccorsi una commissione, composta dal prefetto, dal sindaco e dal deputato provinciale Cibrario.

Queste sono le notizie che è stato possibile raccogliere intorno all’«incendio di Nichelino» prima che anche il suo ricordo fosse definitivamente «bruciato» dal tempo. Accadde il 26 luglio 1882.

  • (Articolo pubblicato su Nichelino Comunità nel giugno del 1982 in occasione del centenario dell’incendio di Nichelino)
  • Nella foto il quadro ex voto sull'incendio del 1882
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