Ho deciso di raccontare la giornata di un dializzato: come gestisce il suo tempo, il rapporto con la famiglia e la convivenza con la malattia. Ma scrivo soprattutto per dire che, grazie a questa pratica, sono ancora qui a scrivere…
Non è passato molto tempo da quando ho iniziato: era l’ottobre dello scorso anno quando, a causa di un virus, i miei reni si sono danneggiati completamente. Inizialmente, grazie a una dieta rigorosa, riuscivo a rimandare questo momento in attesa del trapianto. Poi, nell’arco di tre sole settimane, sono passato da una a tre sedute settimanali, e da tre ore e mezza a quattro ore a trattamento. Un cambiamento radicale che ha stravolto la mia vita, costringendomi a rinunciare al lavoro che amavo e a modificare profondamente le mie abitudini e quelle dei miei cari.
Oggi tutto è scandito dalla dialisi: il giorno del trattamento, i giorni di riposo e le rare occasioni per un fine settimana fuori porta. Tutti subiscono questo ritmo, si adeguano e, fortunatamente, comprendono che è proprio grazie a tutto ciò se posso ancora ridere e vivere momenti di spensieratezza.
Ma come si svolge una giornata tipo? Al mattino ti alzi, fai colazione, prendi le medicine e fai una doccia; in un attimo sono le 11,30 ed è già ora di cucinare. Il pranzo è leggerissimo: meno mangi, meno fatichi a digerire, considerando che poi si passano quattro ore a letto. Alle 13,00 passa la Croce Rossa per andare in ospedale. Il viaggio è sempre disteso e sereno grazie a loro; dopo qualche tragitto ci si conosce e si arriva al San Vito quasi in famiglia. Dopo i saluti iniziano i preparativi. Può capitare che i tubicini per il collegamento si intasino, rendendo necessario un piccolo intervento per sostituirli: fa parte della routine.
Quando il trattamento inizia, la macchina depura il sangue dalle scorie che i reni non riescono più a eliminare. Il tempo sembra lungo, ma leggendo un libro, guardando un film, facendo merenda o chiacchierando con il personale, passa veloce. Al San Vito si prendono davvero cura dei pazienti, e questo rende tutto più lieve. Una volta terminato, aspetto la Croce Rossa per tornare a casa, dove mi riposo un’ora prima di cenare.
La giornata finisce e il giorno dopo è di riposo: un tempo per uscire, passeggiare, fare la spesa e cercare di vivere una vita normale. Sono vivo grazie a questa macchina e ne sono grato, anche perché ho provato sulla mia pelle cosa significhi non avere speranze. Certo, questa esperienza può essere sfiancante e frustrante, ma allo stesso tempo ti regala l’opportunità di esserci ancora.
Tutto questo non lo devo solo al mio spirito, a tratti folle e fuori dagli schemi, ma alla mia famiglia che, in silenzio, non mi fa pesare nulla. Lo devo agli amici sempre presenti e alla persona che mi sta accanto oggi, infondendomi tranquillità. Mi sento fortunato, specialmente pensando ai volontari della Croce Rossa di Nichelino, sempre gentili e disponibili: ormai ci diamo del tu e viaggiare con loro è come chiacchierare con vecchi amici. Grazie di cuore. Infine, un ringraziamento caloroso a tutto il personale del San Vito, non solo per la professionalità, ma per l’umanità: fermarsi per scambiare due parole non è da tutti, eppure fa la differenza.
Spero che questo racconto possa essere utile a chi vive questa esperienza con difficoltà. L'invito è di non chiedersi "perché proprio a me?", ma di dire "ok, combattiamo", provando a sorridere e a ringraziare per ogni giorno guadagnato
Giuseppe Odetto