Una volta Nichelino era proprio un posto da lupi. E non solo in senso metaforico.
Persi in mezzo alla campagna, ai margini della foresta di Stupinigi i contadini nichelinesi dovevano difendere greggi e pollai dalle incursioni dei predatori. Un incubo, tanto più che – si narrava – a volte i lupi attaccano anche l’uomo.
Leggende ancestrali? Storie da raccontare attorno al fuoco nelle lunghe sere d’inverno?
Non solo, perché la presenza del lupo nella zona è documentata ancora nell’Ottocento. Compresi gli attacchi all’uomo.
Se ne trova ad esempio traccia in una fonte autorevole: gli annali dell’Accademia Reale delle Scienze di Torino, anno 1825. Una relazione di un tal esimio professor Rossi, autore di lunghe e approfondite “osservazioni anatomico-patologiche sopra l’idrofobia e sopra la rabbia” , cita i casi di “cinque persone morsicate da lupo arrabbiato nel centro di Stupinigi”.
“L’ultima – annota lo studioso - era un giovane di anni venti, gracile e delicato. Mentre il lupo lo mordeva nella spalla destra fu da questo giovane ucciso col piantarli nel cuore un coltello che teneva presso di sé”.
Gracilino il giovanotto, ma – buon per lui – veloce e preciso di coltello.
Il medico ottocentesco passa poi a descrivere gli altri casi: un giovane di ventotto anni “il quale ricevette cinque morsicature consecutive, una all’avambraccio destro, una alla coscia sinistra e tre nelle gambe”, una donna di quarant’anni e due ragazze diciottenni, morsicate alle gambe.
“Tutte queste morsicature – riferisce il professor Rossi – furono da me cauterizzate dentro le ventiquatt’ore; nel primo ho impiegato il mercurio per fregagione, nelle donne il cinabro, ed il muschio con fregagioni della pomata gastro-oppiata canforata; ai due ultimi nessun altro rimedio che la cauterizzazione”.
Che ne fu dei cinque poveretti assaliti dal tremendo lupo di Stupinigi?
Quell’animale, isolato dal branco, che si aggirava a poca distanza dalle case azzannando a destra e a manca, era effettivamente un pericolo ambulante.
Il medico riporta meticolosamente le condizioni dei suoi pazienti: “il primo, che era naturalmente ilare e mangiava con appetenza, fu sorpreso da salivazione al vigesimo giorno, due sole erano le piaghe da cicatrizzarsi, al vigesimo quinto giorno si manifestarono sintomi precursori dell’idrofobia, cioè qualche ripugnanza nel ricevere la bevanda e la melanconia; al vigesimo sesto era idrofobo colle piaghe, di già cicatrizzate, infiammate; al vigesimo nono morì arrabbiato lacerando con i denti le lenzuola”.
Il professore sottopose il cadavere ad autopsia i cui particolari tralasciamo...Agli altri pazienti invece andò decisamente meglio: “Niuno degli altri quattro, pendente dieci anni consecutivi nei quali ne ebbi notizia, è divenuto arrabbiato”. Da buon uomo di scienza, con gli strumenti del suo tempo, il dottor Rossi si pone domande e cerca spiegazioni. Perché il primo ad essere morsicato è morto e gli altri no? Il medico ottocentesco continua il suo saggio sulla “rabbia”: porta altri casi, riflette sui risultati delle sue osservazioni, prospetta terapie... e ovviamente i lupi di Nichelino escono presto di scena.
Da queste vecchie pagine di storia della medicina emerge però anche una chiave di interpretazione sociologica sui motivi dell’atavica paura nei confronti del lupo: da ricercare non tanto nella memoria collettiva di lotte antiche, quanto piuttosto della malattia mortale trasmessa dai lupi agli animali domestici ed agli uomini.
M.C.