Palenque si trova nello Stato messicano del Chiapas. Il sito fu abbandonato intorno al 900 d.C.,
attraversando il periodo di massimo splendore tra il 630 e il 740 d.C. sotto il regno di Pakal e di suo figlio Kan B’alam II e rimanendo poi nascosto nella giungla per secoli.
Nel 1746, quando il prete spagnolo Antonio Solis la riscoprì, iniziarono i primi scavi, allo scopo di chiarirne storia e misteri. È importante sapere che finora è stata portata alla luce solamente la parte centrale dell’antico insediamento. L’imponenza degli edifici, i bassorilievi che rievocano aspetti di quella che doveva essere la visione del mondo maya, oltre allo straordinario contesto naturale che fa da sfondo alle rovine, non mancano comunque di sorprendere il visitatore. L’edificio di maggiore rilevanza è il cosiddetto Templo de las Inscripciones: al suo interno si trovano iscrizioni che forniscono importanti informazioni riguardo alle vicende dell’antica città e sarcofago di Pakal. Il Grupo de las Cruces invece comprende tre edifici, tutti accomunati dalla presenza di bassorilievi e dall’incisione di una croce che secondo diverse fonti rappresenterebbe un albero sacro ai maya. Palenque, tuttavia, non è solo archeologia, ma rappresenta anche un mistero: quello legato al sarcofago di Pakal, di cui si può vedere una copia presso il Museo Archeologico. Secondo le teorie più tradizionali, la figura incisa sulla copertura del sepolcro raffigurerebbe Pakal nel momento della sua rinascita come divinità. Secondo l’archeologo Gonzalez le incisioni parlano di un dio che “guiderà i morti nell’aldilà, immergendoli nell’acqua cosicché possano essere ricevuti là”. Insomma Pakal, non volò nello spazio, come sostenne lo scrittore Erich von Daniken in suo libro del 1968 (“Gli extraterrestri torneranno”) in quanto la posizione di Pakal sul sarcofago assomiglierebbe a quella degli astronauti, ai comandi di una macchina, dietro la quale escono fiamme. Gli esperti sostengono invece che queste presunte fiamme siano in verità rappresentazioni dell’“Albero del mondo” o “Albero della vita”, le cui radici si credeva raggiungessero l’aldilà. In ogni caso continuano le diatribe tra chi sostiene la presenza di figure provenienti da altri pianeti e chi argomenta invece il contrario.
Giuseppe Odetto