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Riaprire davvero le RSA

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Per il secondo anno consecutivo, dopo quasi 700 giorni dalle prime chiusure,

è stato un altro triste Natale per i malati non autosufficienti ricoverati nelle Rsa.

Il periodo di festività è stato vissuto lontano dai loro cari o, al massimo, con visite sporadiche e di poche decine di minuti. Evitata la condivisione di momenti di festa e in tanti casi nessuna uscita fuori dalla struttura, nessun accesso alle loro stanze. Relazioni di fatto inesistenti per migliaia di malati con demenza grave, che non riconoscono chi sta «al di là del plexiglass». Proibito il contatto umano con migliaia di famigliari «alla finestra».

Il Governo e il Ministro Roberto Speranza hanno sì aperto alle visite, seppur a certe condizioni, ma resta sempre il direttore della struttura ad avere potere di decisione in merito. E di fronte a croniche carenze di personale sanitario e socio-sanitario a cui in questi due anni – incredibile ma vero – non si è posto rimedio, il rischio contagio si contrasta con la limitazione drastica delle visite.

Certo, i rischi da contagio da Covid-19 ci sono sempre. Ma va anche detto che tutta la platea dei malati ricoverati in Rsa e degli addetti delle strutture ha la copertura vaccinale di gran lunga molto più estesa e aggiornata (con dose booster) del resto della popolazione. Serve a qualcosa o no?

Occorrerebbe sempre tener conto della salute complessiva dei malati, degli effetti negativi sulla salute psico-fisica per le mancate relazioni con i propri cari. Così come bisogna tenere presente la scarsa copertura sanitaria per gli utenti, crollata in questi due anni, a causa delle ridotte o annullate prestazioni sanitarie all’interno delle strutture (riabilitazione, logopedia, fornitura protesica…) o da effettuare in ambulatori o strutture esterne.

È urgente pertanto invertire la tendenza. Assunzione di più personale. Ripresa delle visite mediche, degli esami e delle attività. Recupero delle normali relazioni famigliari. Sono questi gli obiettivi su cui lavorare, peraltro nell’interesse delle stesse strutture. Nelle attuali condizioni di segregazione, difatti, la Rsa appare una scelta il più possibile da rimandare, praticata solo dalle famiglie che non reggono più il carico che comporta la cura a casa del proprio parente malato, in genere senza alcun sostegno da parte dell’Asl.

Ci auguriamo pertanto che il nuovo anno porti finalmente soluzioni adeguate alle necessità e diritti dei malati non autosufficienti ricoverati e dei loro cari.

UTIM Nichelino

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