Straordinario custode della memoria di una delle pagine più difficili della nostra storia, all’età di 94 anni ci ha lasciato lo scorso autunno
Paolo Ruffino, il più “giovane” dei partigiani di Nichelino. Aveva appena diciassette anni quando decise di salire in Val Sangone per unirsi alla Resistenza. Da allora ha continuato la sua infaticabile opera di testimonianza, per trasmettere i valori della libertà e democrazia per i quali aveva combattuto. A Nichelino quest'anno la ricorrenza del 25 Aprile è dedicata alla sua memoria.
“AVEVO 17 ANNI”
Qualche anno fa, con le sue parole schiette, così si raccontava: “Mi chiamo Paolo Ruffino, sono nato nel 1926. Avevo due fratelli: il più vecchio era salito in montagna a fare il partigiano prima di me, ma era sceso subito perché si era ammalato. Il fratello più piccolo è stata una delle vittime civili della guerra. Aveva 7 anni quando è andato a giocare nei campi insieme ad un coetaneo e sono saltati in aria su un residuo bellico. Quando siamo accorsi, li abbiamo trovati dilaniati a trenta metri l’uno dall’altro.
Ho frequentato la scuola fino alla quarta elementare, poi sono andato a fare il “vaccaro”, a badare alle mucche ad Avigliana. Era una vita dura, ma allora non ci si faceva caso. D’inverno si dormiva nella stalla a fianco degli animali, mentre d’estate si stava nel fienile; lenzuola e coperte non sapevo neanche cosa fossero. Il pasto la padrona lo metteva sulla finestra di casa e tu, da fuori, lo consumavi. A quei tempi il padrone si sentiva di una razza superiore.
Quando è arrivata la guerra io ero ancora minorenne e non avevo obblighi militari. Però dopo l’8 settembre del ’43 sono andato come volontario tra i partigiani, avendo assistito alle crudeltà che i tedeschi compivano. Tanti giovani di Avigliana sono saliti in montagna; io avevo 17 anni, ma non ero il più giovane. Un ragazzino, che chiamavamo Balilla, aveva 13-14 anni!
Mi sono presentato al cospetto del comandante. Questi con lo scarpone ha tracciato una linea sul terriccio dicendo: “Se passi da questa parte sappi che si mangia male, si dorme poco e le armi devi conquistartele da solo. Pensaci bene perché non si torna più indietro”. Senza esitazioni sono diventato un partigiano, con il nome di “Paulin”. Quante cose doveva imparare il giovane volontario che saliva in montagna! La vita era dura e direi molto primitiva; bisognava essere sani e robusti per potersi adattare. Le nostre caserme erano le baite disabitate: edifici in pietra con piccole finestre, senza camino e il fumo del fuoco usciva libero dal tetto. Non vi erano mobili, né tavole né tantomeno sedie. Come giaciglio il terreno sul quale si spargeva della paglia e alcune volte soltanto foglie secche. Come unica dotazione una coperta che serviva a coprirsi e per cuscino una pietra piatta. Si dormiva vestiti, togliendoci solamente la giacca e le scarpe, con il fucile sempre accanto. Abbiamo imparato a sopportare i pidocchi, a difenderci dalle pulci e qualcuno si è beccato la scabbia. Come non rammentare però le veglie serali, tutti rannicchiati intorno al fuoco che lanciava faville, sotto un cielo stellato. Ci trovavamo lì a cantare gli inni dei partigiani: “Fischia il vento” era la nostra canzone preferita.
BRIGATA GARIBALDI
Io facevo parte della quarantunesima brigata Garibaldi. Il nostro compito consisteva nel sabotare le vie di comunicazione del nemico, cioè minare e far saltare in aria centrali telefoniche, tralicci delle linee elettriche e rotaie delle ferrovie. La nostra era una guerriglia. Ma la vera lotta ai nazifascisti si svolgeva nottetempo, quando si scendeva nelle località con piccoli presidi nazifascisti per disarmarli. A volte ci abbiamo lasciato qualche morto. Ricordo che in piazza Bengasi a Torino i fascisti avevano eretto un piccolo bunker, un posto di blocco dove tutto il traffico, che si incanalava a Torino per via Nizza, veniva fermato e perquisito. Una notte siamo scesi in camion, lo abbiamo lasciato in Borgo San Pietro a Moncalieri e a piedi ci siamo cautamente avvicinati. Abbiamo buttato una bomba a mano lì davanti e intimato la resa, ma loro hanno risposto con il fuoco. Ce l’avremmo anche fatta, non fosse stato per una grossa pattuglia fascista che, girando in quei paraggi, aveva sentito gli spari. Purtroppo uno dei nostri è rimasto sul terreno, un giovane di Avigliana di vent’anni che si chiamava Oscar Borgese. Su un muro di piazza Bengasi c’è ancora una lapide che ricorda questo caduto partigiano.
Vi erano poi gli scontri a fuoco più duri, quando i nazifascisti con forze preponderanti salivano in rastrellamento. E noi, dopo una prima accanita difesa, dovevamo ritirarci, abbandonando sul campo morti e prigionieri. Morire in battaglia era una fortuna rispetto all’essere fatti prigionieri perché, dopo atroci torture, se catturati dai fascisti si finiva crivellati di colpi davanti al muro dei fucilati, mentre i tedeschi ci consideravano banditi e ci impiccavano.
Finalmente è arrivato il 25 aprile 1945, il giorno della liberazione. Radio Londra ha dato il via all'operazione: “ALDO DICE 26 x 1” era la parola d'ordine e tutte le brigate piemontesi sono scese a Torino. In quei momenti concitati per le strade della città non si contavano i morti. C'erano fascisti cecchini, arroccati sui tetti delle case che sparavano sui civili. Il 26 aprile noi avevamo occupato l’Aeronautica, un grosso campo di aviazione in corso Francia, quando è arrivata una divisione tedesca corazzata, in ritirata dalla Liguria. Abbiamo subito scavato una trincea e ci siamo piazzati con il bazooka. Il partigiano che ha fatto fuoco è stato fortunato perché ha colpito il carrarmato in pieno, incendiandolo. Il resto della colonna ha così fatto retromarcia. E pensare che se avessero proseguito ci avrebbero polverizzati tutti!
QUEL GIORNO UN MIO COMPAGNO…
Il giorno dopo un mio compagno di Torino mi ha chiesto di accompagnarlo a casa per farmi conoscere la sua famiglia che non vedeva da tanto. Si è fermato a comprare un regalo per il figlioletto di 8 anni. Giunto sulla soglia, ha suonato emozionato, ma alla porta gli ha aperto uno sconosciuto. Ha detto che la moglie, il figlio e suo suocero erano morti. Preso da una furia vendicativa si è diretto verso un vicino di casa che sapeva essere fascista. Ha suonato il campanello deciso a farlo fuori, ma gli ha aperto il figlioletto di costui. A quel punto tutta la sua rabbia si è sgonfiata, gli ha dato il giocattolo che aveva in mano e se n’è andato via piangendo. Anche questo era la guerra!
La Resistenza ha lottato per una società di cittadini liberi, forti, generosi ed uguali. Noi partigiani siamo rimasti in pochi e fra breve non ci saremo più. Abbiamo combattuto con le armi in pugno e voi dovete lottare con la forza delle idee per divenire cittadini consapevoli e attivi nella vita pubblica del paese. E non date per scontata la libertà che vi è stata regalata poiché è stata pagata a caro prezzo davanti al muro dei fucilati e sul palco degli impiccati.”
Questa è la storia di Paolo Ruffino. A noi tutti resta il compito di custodire la memoria e continuare a far vivere gli ideali su cui si fonda la nostra Costituzione. Ancora grazie, Paolo, per il coraggio, la forza e la lucidità con cui hai sempre lottato contro le ingiustizie. Ci auguriamo di essere degni dell’eredità che ci hai lasciato e che dobbiamo custodire preziosa per le generazioni future. Non sei stato solo un testimone del tuo tempo, ma anche un esempio di integrità morale. Anche se da lassù ti sento già esclamare: “Esageruma nen!”.
Stefania Tomatis
IL TESTAMENTO DI UN PARTIGIANO
“Giovani, io vi auguro di crescere negli anni, ma senza invecchiare nello spirito, onde essere in grado di governare con saggezza. Prima di congedarmi da voi volevo darvi un consiglio: cercate di essere intelligenti ma non “furbi”. Tanti giovani vogliono tutto e subito, ma questa logica non appartiene a madre natura. Non mirate alla ricchezza, perché dai diamanti non nasce niente mentre col letame si alimentano stupendi giardini. Vivete con la schiena dritta e la testa alta, da cittadini liberi, giusti e buoni. Noi partigiani, giovani di allora, abbiamo scelto la strada della libertà e tanti sono morti per essa.
Anche oggi tanti giovani scelgono di morire, ma di una morte priva di ideali, vittime dell’alcool, del fumo, della droga e dell’eccesso di velocità. Non accostatevi a queste strade che conducono all’annientamento, ma coltivate ideali di giustizia, pace e libertà.
Questo mondo noi l’abbiamo avuto in eredità dai nostri padri e l’abbiamo migliorato. Ora lo diamo in prestito a voi giovani; conservatelo bene per i vostri figli. Siete cresciuti nel cemento e nell’asfalto di un mondo moderno; non dimenticatevi che esiste una madre-terra. Rispettatela! E’ bello anche sapere come nascono i pulcini o come gli uccelli fanno il nido. Non lasciatevi abbagliare dall’era digitale. Voi mi insegnate a usare il computer, ma io vi dico: attenti che non sia lui a programmare voi! L’esistenza umana è composta da mille interessi e non dovete solo nutrirvi di internet, pallone e telefonini. La vita è un grande spettacolo e voi non dovete essere spettatori ma protagonisti.”
Paolo Ruffino