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Psicologia - Perchè urlare non serve

Società e cultura
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“Non mi ascolta!”: quante volte e in quante situazioni diverse ho sentito questa lamentela riferita alla propria figlia o figlio; dalla mamma preoccupata perché non riesce a farsi dare la mano dal proprio treenne quando camminano per strada o dal padre dell’adolescente che passa il suo tempo sdraiato sul divano con lo smartphone in mano e non c’è verso di fargli iniziare lo studio.


Quanta preoccupazione e quanto scoraggiamento!

“Non mi ascolta” è un piemontesismo per “non mi ubbidisce”, ma rende molto bene l’idea di una comunicazione che sembra non arrivare a destinazione, di un dialogo che non può avvenire. E allora di fronte a chi “non ascolta”, si alza la voce, con l’unico risultato, il più delle volte, di esasperare ulteriormente la situazione.

Perché l’urlo non è efficace?

Chi urla non è più padrone di sé, ha perso il controllo, può quindi essere vissuto come una persona fragile e insicura, che minaccia, ma non passa mai alle conseguenze. Non è dunque un adulto affidabile ed autorevole, non è un punto di riferimento. Basta perciò aspettare che passi la buriana e tutto tornerà come prima, senza grosse conseguenze.

L’urlo poi può anche essere preso per un attacco, un comportamento aggressivo che sollecita nell’interlocutore un atteggiamento di difesa. E come ci si può difendere da un genitore urlatore? Ignorandolo, facendoci l’abitudine, per cui i rimproveri urlati diventano niente di più di un fastidioso rumore di sottofondo…

I bambini che crescono in un clima di aggressività verbale, con urla e insulti continui, possono anche sentirsi colpevoli di questa situazione, soffrire di sensi di colpa e di inferiorità, sentirsi “sbagliati”.

Come comunicare allora in modo efficace?

Innanzitutto prima di urlare e rimproverare prendiamoci il tempo di capire. Che cosa è successo? Perché si è comportata/o in quel modo? Perché insiste a non voler fare quel che le/gli chiedo?

Spesso comprendendo le cause ci si può allenare a vedere le situazioni come problemi da risolvere insieme, parlando e cercando una soluzione, piuttosto che un colpevole.

Può essere anche molto importante per la chiarezza delle richieste, il modo in cui vengono formulate. Per esempio il monito alquanto generico di “comportati bene” o peggio (perché in forma negativa), “cerca di non farmi arrabbiare”, lascia il più delle volte il tempo che trova. Molto meglio, specialmente coi più piccoli, dire chiaramente che cosa ci si aspetta: posare l’oggetto pericoloso, mettere in ordine la camera, iniziare a fare i compiti, non fare del male alla sorellina ecc.

Se si è convinti che un determinato comportamento è proprio inaccettabile o che un compito assegnato è imprescindibile, è necessario che la/il bambina/o sia consapevole di questa vostra convinzione e sia avvertito delle conseguenze nel caso si assumesse la responsabilità di agire diversamente. Non c’è nulla di più deleterio e deresponsabilizzante di un genitore che un giorno fa valere una certa regola e il giorno successivo, per buona pace di tutti, soprassiede pacificamente. Questo non significa che non si possa negoziare sulle regole, soprattutto con gli adolescenti, ma certamente non è utile far finta di niente o tempestare i figli di minacce, mai veramente realizzate. Insomma, bastano poche parole, ma chiare e convinte.

Un altro elemento di grande destabilizzazione è il disaccordo tra i due coniugi sulla linea educativa. Un disaccordo che può essere ancora più profondo nei casi in cui sia in atto o sia già avvenuta una separazione.

Naturalmente l’argomento è ampio e andrebbe trattato in modo più approfondito in un altro articolo, tuttavia credo sia importante quanto meno accennare ad alcune riflessioni.

Tutti i bambini imparano precocemente che gli adulti hanno regole di vita diverse, imparano che ai nonni certe cose si possono chiedere e ai genitori no, che a casa si possono fare certe cose e a scuola no… Imparano anche che i due genitori possono avere opinioni educative diverse.

In linea generale ci si dovrebbe regolare così: nella quotidianità la responsabilità educativa è di chi è presente in quel momento e non va messa in discussione a posteriori di fronte al figlio dall’altro genitore. Per le decisioni importanti è invece necessario trovare un accordo per il bene della figlia o del figlio. Si espliciterà dunque che i genitori ne parleranno e, pensando al suo bene, arriveranno ad una decisione comune. In questo modo la ragazzo o il ragazzo non si sentiranno la causa di un conflitto, ma l’oggetto di pensieri e di progetti messi sul piatto, anche con fatica, ma sempre pensando al loro bene.

Dott.ssa Paola Moriondo
Psicologa clinica - Psicoterapeuta
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