Bombardati. Siamo quotidianamente bombardati dai numeri di un evento che solo tre anni fa non avremmo mai immaginato di dover affrontare. Sono i numeri della pandemia: spietatamente, puntualmente, universalmente sciorinati su ogni canale, su ogni quotidiano.
Sono i numeri che alimentano e mettono a nudo la nostra paura più grande, quella della malattia, del distacco dalla vita. Con le immagini dei sanitari sempre in “tenuta anticontagio” e con quelle sfocate dei poveretti finiti in rianimazione, unitamente alla prospettiva/minaccia di nuove chiusure, nuove reclusioni...questi numeri mettono a dura prova l'equilibrio mentale di ognuno di noi.
Salvaguardare la vita ad ogni costo, salvaguardare la propria vita ad ogni costo. Questo è l'imperativo che nasce dall'istinto naturale di sopravvivenza che, forse, però ha raggiunto livelli di esasperazione irrazionale...
E allora abbiamo accettato tutto di buon grado, non potendo esimerci dai provvedimenti governativi, dai tamponi, dai benefici dell'avere un “green pass”, dal nascondere il nostro volto dietro una FfP2. Non è stato possibile fare diversamente. Abbiamo scelto di mettere in crisi ogni forma di socializzazione nell'osservanza assoluta del “distanziamento” preventivo. Abbiamo accettato degenze ospedaliere nella solitudine assoluta, in balia unicamente della disponibilità e della comprensione, anch'esse vacillanti perché condizionate dalla paura, del sanitario di turno, laureato o meno.
Abbiamo accettato che i nostri medici di base e pediatri ci curassero “a distanza”. Ci siamo adattati a “lavorare da casa”, anzi in molti casi ci ha fatto comodo...salvo poi accorgerci che è diventato molto più agevole essere “scaricati” dal proprio datore. Basta una mail per interrompere la connessione internet dedicata.
Per non mettere a rischio gli ultimi anni dei nostri nonni, li abbiamo privati della giovane vitalità dei nipoti, della vicinanza di noi figli, della “famiglia”: per loro spesso era questo l’ultimo ed unico motivo per sentirsi ancora utili e “in vita”. Abbiamo tenuto i nostri bambini per ore inchiodati alla DAD, privandoli dello scambio sociale coi coetanei e di quella “fetta esperienzale” legata alla convivenza con i compagni ed all’incontro con gli insegnanti.
La pandemia è diventato il nostro unico pensiero, quello che condiziona anche i dialoghi negli sporadici incontri che ci sono stati nuovamente concessi. Era già di per sè bassa l'attenzione nei confronti delle tragedie internazionali o di problematiche come il cambiamento climatico, il “nuovo corso” del mondo del lavoro, il rivitalizzarsi della corsa agli armamenti e i toni conflittuali tra le nazioni. Questa attenzione ora è stata definitivamente seppellita.
Quante cose abbiamo perso?
Quanto la malattia mistifica omissioni e responsabilità accantonate precedentemente ad essa?
E' giusto che la nostra paura sia muro al nostro saper ascoltare, al nostro saper accogliere, al nostro spirito critico ed alla nostra capacità di discernere?
Spaventa di più questo ampio, variegato, terribile corollario alla pandemia di quanto spaventi la malattia stessa. Ipotizzando ottimisticamente di vederne una soluzione non troppo remota, cosa ci lascerà poi da gestire? Sarà un impegno gravoso e richiederà uno sforzo educativo, sociale, relazionale, sanitario per il quale non serviranno i soldi del “recovery plan”, ma uno sforzo “umano” che non sarà possibile monetizzare.
L’augurio è che non si assopisca in noi la razionalità che aiuta a conferire ad ogni cosa la reale dimensione.
U. E.