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Gio, Apr
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Un tragedia nell'Italia nel dopoguerra

Società e cultura
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Da sempre la gente del Polesine era abituata alle piene del Po, ma quella del 1951 fu tremenda.

Fin dall’inizio di novembre c’erano state forti piogge sulle Alpi e sulla Pianura Padana. Non era ancora epoca di allarmi meteo, ma da giorni il grande fiume era ben oltre il limite di guardia con locali esondazioni nelle campagne. Il 12 novembre la situazione precipitò: i tremila abitanti del paese Polesine Camerini furono precipitosamente fatti sgomberare in quanto il centro abitato si trovò completamente allagato.  Nella serata del 14 novembre si aprirono alcune falle negli argini nella zona di Polesella e del Canal Bianco. Era l’inizio del disastro: il Po incontenibile, sempre più tumultuoso dilagò e invase la pianura che divenne un immenso lago.  I generosi e talvolta eroici tentativi di rinforzare gli argini con i pochi mezzi a disposizioni si scontrarono con la furia delle acque.

Come tutte le grandi catastrofi concorse in quel frangente una serie di fattori: le eccezionali piogge, certo, ma anche il forte vento di scirocco, l’alta marea dell’Adriatico che rallentò il deflusso del Po, e la palese inadeguatezza degli argini in alcuni punti. Completarono il quadro i ritardi e le incertezze nell’impartire istruzioni alla popolazione che a un certo punto si trasformò in un’enorme massa di gente in fuga. Molti si diressero verso il capoluogo Rovigo, ma ben presto l’acqua arrivò anche lì.

Per la vastità dell’area colpita l’alluvione del ’51 in Polesine fu il più grande disastro nazionale del dopoguerra, in un Paese che aveva appena cominciato a risollevarsi dalle vicende belliche. Oltre ad un centinaio di vittime si aggiunsero ingentissimi danni e circa 200.000 sfollati.

Non mancarono le polemiche sulla gestione dell’emergenza e sulle cause della catastrofe.  Così ad esempio si dibatté a lungo (durante e dopo gli eventi) sull’opportunità di far saltare con esplosivo o bombardare dall’alto gli argini della Fossa Polesella (un canale navigabile adiacente al corso naturale del Po) per far defluire più rapidamente le acque verso il mare. Secondo alcuni la decisione avrebbe ridotto in modo significativo la superficie dell’area alluvionata, secondo altri non sarebbe servito a nulla e anzi si sarebbe aperto un altro fronte di rischio imponderabile. Alla fine nessuno si assunse la responsabilità di far saltare questi argini.

Nei giorni che seguirono si aprì uno scenario da incubo: decine di migliaia di famiglie all’addiaccio e accampate alla bell’e meglio, gente che aveva perso tutto, paesi e città (come Adria) completamente isolate, senza luce e senza acqua potabile. Dopo lo shock e il panico scattò anche un’imponente gara di solidarietà e moltissime persone trovarono ospitalità grazie a famiglie sconosciute che vivevano in altre città e regioni d’Italia.

Nella zona del Polesine nel 1951 vivevano circa 350.000 abitanti, si calcola che negli anni immediatamente successivi almeno centomila persone abbandonarono i paesi di origine per trasferirsi altrove soprattutto in Lombardia in Piemonte. La crisi agraria che colpì la zona nel dopo-alluvione fu fatale per una moltitudine di contadini e braccianti rimasti senza lavoro. L’alluvione del Polesine fu all’origine della prima grande ondata migratoria che, sovrapponendosi allo sviluppo industriale, avrebbe cambiato per sempre il volto delle grandi città del nord e delle loro periferie, compresa Nichelino.

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