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Da 50 anni... lo chiamavano Trinità

Società e cultura
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Questa volta ho deciso di cimentarmi in qualcosa di meno impegnativo, professionale e tecnologico. Insomma, visto che siamo vicini a queste feste che saranno di certo particolari, perché non trattare un argomento più leggero?

Poche cose hanno segnato l’infanzia dei nati tra gli anni Settanta e Ottanta come gli “Spaghetti Western” di Bud Spencer e Terence Hill. Ricordo ancora mio padre che mi convinse a mangiare i fagioli dicendomi: “vedi li mangia anche Bud Spencer!”.

Questi film  restano nel cuore di molti di noi. “Lo chiamavano Trinità” e “…continuavano a chiamarlo Trinità” sono divenuti veri e propri classici.

Primatisti di incassi nel cinema italiano: entrambi i film furono diretti dal romano Enzo Barboni  con lo pseudonimo di E.B. Clucher (che in realtà era il cognome della madre), creando in pratica un sotto genere del western all’italiana, spostandosi dai toni seri e inserendo una comicità scanzonata, guascona, a tratti vicina alla farsa, dove i cazzotti trionfavano al posto delle più cruente pistole. Anche se molti sanno a memoria le battute del film, pochi sanno che quelle scene non furono mai girate nei territori del selvaggio West, ma in uno dei territori paesaggisticamente più spettacolari del centro Italia: l’altopiano di Campo Imperatore, noto come il piccolo Tibet, nel cuore del parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, in Abruzzo.

In questo 2020 che sta volgendo al termine  “Lo chiamavano Trinità” spegne le candeline dei 50 anni. Era infatti il lontano dicembre 1970 quando il film uscì nelle sale cinematografiche italiane, e da lì ha raggiunto tutto mondo … fino ai più sperduti cinema, come il San Carlo di Nichelino e quello della parrocchia, dove la pellicola tenne banco per svariate stagioni.

Ogni mia estate la trascorro in un ridente paese, ai confini con le Marche, che si chiama Colonnella. Dalle mie finestre ogni mattina vedo il Gran Sasso e così dopo molti anni, insieme ad un gruppo di amici di Nichelino, abbiamo passato una giornata a Campo Imperatore. L'altopiano, posto a una quota variabile tra i 1500 e i 1900 metri, è lungo circa venti chilometri. Il pendio sale dolcemente; salendo da Assergi per il valico della Fossa di Paganica, o dal borgo medievale di Castel del Monte per il valico di Capo la Serra, l'orizzonte si estende, gli spazi si allargano, le dimensioni diventano immense quando ci si affaccia su Campo Imperatore. Le cime che delimitano e circondano quello che viene comunemente definito come il "Piccolo Tibet" sono tra le più alte e suggestive dell'Appennino. Ciò che maggiormente colpisce e affascina, a Campo Imperatore, sono gli spazi, le vaste dimensioni che sono sempre totalmente visibili, grazie anche alla vegetazione che è esclusivamente erbacea.  Gli sterminati pascoli sono utilizzati per l'alpeggio estivo delle greggi che d'inverno transumano in Puglia, in un rito che si ripete da migliaia di anni. Su questo altopiano si è consumata in una profonda solitudine, la dura vita di generazioni di pastori.

Nonostante i panorami mozzafiato, in questo territorio il turismo di massa ha attecchito in maniera poco rilevante. I motociclisti, per una decina di chilometri, possono provare l’ebbrezza di percorrere una strada che ricorda molto le highways americane. D’estate poi si possono trovare turisti come noi, in auto, che si ritrovano in uno dei ristori, lì al centro dell’altipiano come uno di quei Saloon entrati ormai nell’immaginario collettivo: file di moto e auto parcheggiate fuori lo steccato e turisti in coda alla macelleria oppure appoggiati sui banchi di legno a gustarsi la loro birra ghiacciata, bracieri accesi a che inondano l’aria del profumo degli arrosticini e di carni grigliate.

Prima di arrivare a Campo Imperatore, tra i paesi che incontriamo lungo il percorso c’è Santo Stefano di Sessanio, un gioiello nel cuore del parco nazionale del Gran Sasso, che purtroppo porta ancora i segni evidenti del terremoto del 2009 aggravato dai recenti eventi sismici del 2016. Lasciato il borgo di Santo Stefano, troviamo poi Rocca Calascio, set del famoso Nome della Rosa. Il castello è considerato uno dei più belli del mondo, domina la valle del Tirino e l’altopiano di Navelli.

Altri magnifici paesi abbiamo incontrato  nel nostro viaggio, ma lascio a voi la curiosità, nella speranza che l’anno prossimo qualcuno decida (… e possa) trascorrere le vacanze in Abruzzo.

Giuseppe Odetto

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