- di don Mario Aversano -
Diciamoci la verità: nonostante le molte considerazioni condivise durante il lockdown in merito a chi saremmo diventati dopo la pandemia e a come avremmo ridisegnato la vita sociale ed economica della nostra civiltà,
nel corso dell’estate abbiamo desiderato (con tutto noi stessi) ripiombare nella vita di prima e appellarci al “pensiero magico” che non saremmo più caduti vittima del contagio da coronavirus. Teoricamente sapevamo che con l’autunno si sarebbero potute ripresentare possibili criticità, ma in effetti la maggior parte di noi – non considerando le tesi dei più scaldati catastrofisti o negazionisti – ha coltivato una devota rimozione del problema, ripetendo mantra diversi a seconda delle sensibilità: «siamo preparati», «non capiterà più», «saremo migliori di prima».
Molti hanno giustamente osservato che nell’emergenza sanitaria sono soprattutto emersi i limiti di sistema del nostro modo di vivere. Dalla scuola al lavoro, dall’educazione alla politica, dalle fragilità sociali al problema ecologico, la pandemia non ha soltanto generato nuove povertà, ma soprattutto acutizzato debolezze e ingiustizie pregresse.
Anche dal punto di vista ecclesiale, abbiamo generalmente faticato a leggere questo tempo, a condividere percorsi di discernimento, a sostenere il dialogo tra crisi della spiritualità e crisi dell’umano, come se la questione per noi più impellente fosse la ripresa della celebrazione dei sacramenti, della catechesi, delle attività parrocchiali in genere, senza davvero ripensare i modi, le forme, i tempi e i linguaggi del nostro agire comunitario, come se la fede non fosse in rapporto generativo con i vissuti delle persone.
Avremmo potuto fare qualcosa di diverso? Onestamente mi pare difficile. Un processo di ripensamento e revisione – a tutti i livelli – necessita di studio e applicazione seri, presuppone coordinamento e investimenti ampi, sperimentazioni e verifiche puntuali, un’alleanza intelligente e cordiale tra istituzioni e parti sociali, mondo della cultura e della scienza, terzo settore e agenzie spirituali. A titolo di esempio: ogni medico, ogni insegnante, ogni pendolare (per citare alcune aree sensibili) avrebbero potuto denunciare i limiti della sanità, della scuola, dei trasporti a prescindere dall’emergenza coronavirus. A problemi decennali non si può pensare di rispondere in pochi mesi, improvvisando soluzioni che soddisfino la pancia molle del paese; inoltre il fatto di trovarci tutt’ora dentro una situazione traumatica depone a sfavore di una comprensione lucida e appropriata degli eventi. È evidente che su alcune questioni di emergenza sanitaria e di sofferenza del mondo del lavoro sia necessario approntare interventi rapidi ed efficaci per gestire “l’emorragia” in corso, ma una vera cura necessita altri tempi ed investimenti (prima di tutto culturali), che producano risultati nel medio e lungo termine. Tutto il resto è demagogia.
Questo è il tempo in cui tornare a curarsi delle radici. Non possiamo limitarci a interventi periferici ed estemporanei: a che cosa serve potare le chiome se le piante sono deboli?
Anche dal punto di vista della vita personale, delle nostre relazioni e del senso di appartenenza della comunità cristiana al tessuto civile, questo è il tempo dello scavo umano e spirituale, del confronto ampio e intergenerazionale. Perché – esattamente come su altri fronti – dobbiamo ammettere che la crisi legata al coronavirus ha reso più esplicite anche in ambito ecclesiale le nostre fragilità; per citarne alcune: la povertà della dimensione spirituale, la minore partecipazione alla vita comunitaria, la difficoltà a condividere domande di senso con i giovani e gli adulti.
Questo è il tempo opportuno per lasciarci interrogare dall’annuncio evangelico e declinare il nostro discepolato nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo. Altrimenti saremo sopraffatti dalla rabbia o dall’accidia, energie che inevitabilmente ci aggrediscono. Energie che non vanno negate ma “raffinate”, per farne un potenziale creativo, una spinta alla riflessione e alla condivisione.
La cultura – non intesa in modo elitario – dovrebbe essere esercizio diffuso e popolare (contro ogni forma di superficialità): come suggerito dal significato stesso della parola, la cultura ha a che fare con il mestiere di coltivare e di coltivarsi. Questo è il tempo in cui curare le radici. Papa Francesco incoraggia a dedicarsi a una «nuova immaginazione del possibile»: cominciamo da noi stessi e dalle nostre comunità? È possibile tenere in circolo pensiero e prassi?
Don Mario Aversano