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Mer, Ago
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Meno laicismo, più vera laicità

Società e cultura
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- di don Riccardo Robella -
Rosari che roteano, suppliche all’Immacolata, pubblicità di “pillole dei 5 giorni dopo” con scena dell’Annunciazione, crocefissi coperti con lo scotch ai seggi elettorali e chi più ne ha più ne metta... non ci si raccapezza più!

Contrariamente a quanto ci aspetteremmo il dibattito sul fattore religioso è più vivo che mai.

Già, ma come se ne parla? Molto male, mi pare.

Ci troviamo di fronte, nostro malgrado, non alla volontà di chiarire i termini del dialogo, o dello scontro, ma al tentativo, in un modo o nell’altro, di strumentalizzare un mondo, quello cattolico, per lanciare messaggi molte volte contrari allo spirito del Vangelo. Perdonatemi, ma non è corretto chiamare in causa i linguaggi propri della nostra devozione per sostenere ideologie che mettono le persone all’ultimo posto, facendoci magari anche la morale e dicendoci come la dovremmo pensare.

Quindi, se una parte degli schieramenti in campo ci tratta così, allora siamo tranquilli perché abbiamo scoperto dove sta il male e, per esclusione, possiamo desumere il bene?

Neanche per sogno!

Dall’altro fronte ci fanno capire che siamo importanti per l’assistenza ed il recupero del disastro permesso da una “cultura dello scarto”, ma guai se mettiamo parola nel discorso culturale, etico o formativo.

E qui compare una parolina magica spesso fraintesa: laicità.

Partendo dal principio che nessuno di noi (preti compresi) sogna di vivere in uno stato teocratico (sai che tristezza!), è importante definire quale sia la relazione che lega la dimensione religiosa a quella sociale.

Se vivessimo negli Stati Uniti la parola laicità la tradurremmo più o meno così: lo spazio pubblico di confronto delle idee e di costruzione della società. All’interno di questo spazio trovano casa le varie dimensioni dell’uomo tra cui quella religiosa, intesa come volta a migliorare la persona e di conseguenza il contesto che la circonda. Ecco perché negli States la presenza religiosa nel mondo civile è vissuta con naturalezza e, quando non diventa totalizzante, è accettata nel suo contributo culturale.

Ma noi viviamo in Italia. Per diversità di storia, la parola laicità assume un significato diverso: viene sovente declinata come spazio neutro nel quale la dimensione religiosa con la sua spiritualità e la sua antropologia non dovrebbe partecipare al dibattito pubblico, divenendo insignificante per il medesimo e relegata ad una mera funzione assistenziale. Questo modo di coniugare la laicità è quello che chiamiamo il laicismo che, contrariamente a quanto percepisca di se stesso (cioè un modo di leggere la realtà in modo neutro ed imparziale), si può configurare anch’esso come un’ideologia a tutti gli effetti, proprio perché opera una scelta su una dimensione fondamentale della persona. L’ideologia è capace solamente di privare la società di una voce scomoda e molte volte fuori dal coro di un pensiero che si vorrebbe a tutti i costi uniformare. Invece la voce fuori dal coro, che porta argomenti e riflessioni, è preziosa per un dibattito serio e costruttivo.

Una società gestita secondo il criterio dell’“Etsi Deus non daretur” (come se Dio non esistesse) non sarebbe più oggettiva, ma solamente molto più povera. E l’idea che la dimensione spirituale riguardi unicamente la sfera privata della persona, senza dignità di rilevanza pubblica, è segno di aver capito poco dell’uomo e della sua natura di essere comunitario, soprattutto quando, con disprezzo travestito da forme altamente e sedicenti culturali, non ci si fa alcun problema ad offendere una parte della società che quotidianamente, proprio in nome di Dio, serve coloro che più sono esposti e soffrono.

Forse, nei rapporti tra il mondo cattolico e le varie istituzioni pubbliche o culturali che siano, un po’ meno laicismo e un po’ più di laicità non farebbe male!

Don Riccardo Robella
Parroco