- di don Mario Aversano -
Tra le tante ricette che sono state proposte a tutti i livelli per progettare o anche solo immaginare una “ripartenza”
(diciamoci la verità: come altri slogan, anche questa parola ha guadagnato un po’ di fastidio negli ultimi mesi), forse ce n’è una rimasta nell’ombra: il lavoro sulla coscienza, intendendo quella propria personale e quella di comunità. Coniugate insieme, circolarmente connesse, in sana dialettica.
É naturalmente necessario che le istituzioni lavorino per fronteggiare l’emergenza sanitaria, per contenere e contrastare gli effetti della crisi (dal mondo del lavoro, alla scuola, alle fragilità sociali che si sono acutizzate) e offrire risposte alle esigenze di ogni categoria.
Ma il contributo delle istituzioni non può essere isolato dalle forme di partecipazione attiva che attengono la comunità nel suo insieme e ciascuno dei suoi membri singolarmente presi. Prima di intendere “partecipazione attiva” nelle sue declinazioni operative, abbiamo bisogno di considerarne l’anima, l’istanza profonda. La partecipazione presume vigilanza, lucidità, rettitudine, e appassionata ricerca del bene. Nessuno può sottrarsi al lavoro sulla propria coscienza, a tenere accesa la luce della «stanza interiore». Avvertiamo tutti la necessità di trovare risposte concrete ai problemi che soffocano la vita quotidiana, ma sarebbe illusorio e deresponsabilizzante immaginare che questo dipenda soltanto dagli organi di governo o dalle cosiddette classi dirigenti. Né avrebbe senso accordare una devozione acritica all’approccio tecnico-scientifico o ad altri contributi specialistici come se questi – invece di supportarci – giustificassero il nostro disimpegno civile e morale. D’altra parte, di fronte alla complessità delle sfide, non possono bastare ricette tecnico-strategiche (per intenderci, «come si fa?») senza interrogarci sulle cause che ci hanno reso più vulnerabili nel tempo della pandemia («perché è successo?»); ma soprattutto abbiamo il dovere di chiederci quale sia la destinazione, che senso dare alla nostra vita («dove andare?») e sulla base di quali principi e visioni di società stiamo definendo la nostra identità di esseri umani e di cittadini («chi siamo?»).
Le stesse istituzioni – che in un celebre intervento rivolto ai ragazzi che le contestavano nel ’68, Pasolini definiva «commoventi» e «misteriose», perché «rendono gli uomini umilmente fratelli» – hanno bisogno di confrontarsi e sentirsi in tensione generativa con il senso critico dei cittadini e d’altra parte negli uffici pubblici o negli ospedali, a scuola o sul lavoro, ciascuno – da qualsiasi parte dello sportello o della cattedra sieda – deve starci prima di tutto né da operatore, né da utente, né da consumatore.
Prima dell’esercizio di qualsiasi ruolo, ognuno di noi deve essere presente a se stesso e rispondere di sé come cittadino ed essere umano. Ciò comporta un lavoro serio e sereno, personale e comunitario, perché la coscienza è un terreno da coltivare, da custodire e di cui condividere i frutti. Fa parte di questo lavoro sulla coscienza, accettare di fronteggiare alcune minacce che sono presenti dentro e fuori di noi. Tra queste menzionerei: la superficialità, a tratti ingenua, a tratti fiera (e le correlate visioni semplicistiche, magari condensate intorno alla figura di qualche guru o leader “forte”); la lamentela professionistica (che si cronicizza nel vittimismo); l’ostinata ricerca di nemici o di colpevoli (per abdicare al dialogo e alla cooperazione). E, al di sopra di tutte, anche in persone nutrite di buoni sentimenti e rette intenzioni, l’indisponibilità al cambiamento (con la conseguente rinuncia a mettersi in gioco per esplorare nuove strade).
Come fossero gemelli siamesi, da queste minacce è possibile rinvenire le dinamiche virtuose che ispirano e nutrono la nostra coscienza: l’attitudine alla curiosità e la pratica della ricerca (ho avuto un nonno vivace, che faceva del suo breve percorso scolastico – aveva la quinta elementare – non un alibi ma ciò che corroborava la sua fame di conoscenza); la valorizzazione delle cose che funzionano e degli esempi edificanti; la capacità di ascolto e di confronto soprattutto con chi ha idee diverse; la pratica dell’empatia e della comunicazione non violenta. Dalla meravigliosa e complicata alleanza tra istituzioni e cittadini dipende la sorte delle nostre vite, l’apertura del cantiere chiamato “DOMANI”. Le espressioni «ripartire» o «riaprire» non possono riferirsi soltanto alla fine dell’emergenza sanitaria (al passaggio dalla zona rosso, al bianco…al semaforo verde?): sappiamo tutti che la nostra navigazione, attraversato il trauma della pandemia, dovrà decisamente «non ripartire» dagli stessi errori o dagli stessi stili di vita ma osare strade nuove – che per definizione non conosciamo ancora – a patto di esplorarle con la luce accesa delle nostre coscienze.
Don Mario Aversano