Alberto Perasso, discendente di una famiglia di “marsé” (merciai), commercianti ambulanti anche nel mercato della nostra città, ha di recente
deciso di cessare l’attività che coinvolgeva moglie e figlie.
La lettura in anteprima delle sue memorie inedite, con i racconti di suo nonno Berto (in piemontese “Bertu”) e di suo padre, riguardanti anche il bisnonno, ci fa riscoprire una realtà dimenticata, che risale al 1800, e nel contempo ci fa ritrovare luoghi storici delle nostre antiche borgate.
«I miei bisnonni abitavano a Vigone - narra Alberto Perasso - All’inizio non avendo un mulo o un cavallo giravano solo nelle piazze dei dintorni e utilizzavano semplicemente un grande pezzo di stoffa, un ‘fagòt’ (fagotto) entro cui si avvolgevano le cose da vendere o da barattare, che poi si stendeva in terra come tappeto per delimitare il ‘banco’. A quei tempi si andava anche a cercare di vendere nelle case e particolarmente nelle cascine. Oggi si direbbe che è una vendita porta a porta. A parte mangiare e vestirsi nessuno aveva bisogno di altro. Nelle campagne tutti coltivavano gli ortaggi necessari al sostentamento famigliare e avevano animali da cortile, in più c’era selvaggina in abbondanza e pesci nei torrenti. Tutte le donne erano capaci a fare maglie e pantaloni. Lavoravano molto ai ferri e sapevano tutte cucire, necessitavano solo stoffe e lana o cotone in gomitoli. Fu così che la mia famiglia antica iniziò a proporre proprio questi articoli che compravano nei negozi all’ingrosso a Torino per poi rivenderli nelle nostre campagne. Ci sono voluti anni per poter acquistare negli ultimi decenni del 1800 un carro».
Dai ricordi di nonno Bertu, che Alberto adorava e che gli ha “tramandato il nome”, comprendiamo quanto la loro vita sia stata dura, faticosa e piena di sacrifici, ma anche appassionante: «Mio nonno nacque durante il ritorno da un mercato, la mamma aveva “rotto le acque” e così si fermarono a Cercenasco, a due chilometri dalla loro casa di Vigone. Non era casuale fosse nato fuori casa, poiché la vita dei bisnonni era piuttosto randagia. Partivano col carro carico di merci e tutto quello che serviva, poiché la loro assenza da casa si poteva protrarre anche per diversi giorni.
I bisnonni da Vigone andavano al mercato a Villafranca. Nel pomeriggio si trasferivano a Pinerolo per quello del mercoledì, la notte dormivano sul carro. Dopo il mercato rientravano per quello del giovedì a casa loro a Vigone, poi a Rivoli per il mercato del venerdì e da lì per l’altro del sabato a Pinerolo. Finalmente nel pomeriggio tornavano a casa».
Erano mercati importanti, non era facile raggiungerli ed era anche pericoloso per la presenza di briganti, come spesso riportavano le notizie di cronaca della Gazzetta Piemontese e poi de La Stampa. «Gli spostamenti venivano affrontati con altri ambulanti di Scalenghe, Racconigi e Vigone coi loro carri trainati da muli o da cavalli. In gruppo i viaggi erano più sicuri. Nichelino, i cui abitanti facevano in percentuale elevata i giardinieri, non aveva un vero e proprio mercato. L’unico giorno libero degli ambulanti era la domenica e così incominciarono a recarsi a Nichelino il giorno di festa piazzandosi davanti al Comune che dopo un po’ di anni fece pagare il plateatico e lo stabilì di sabato».
IL VECCHIO MUNICIPIO
Ma dov’era questo mercato? E dove sorgeva il Comune?
Nell’Ottocento si trovava nell’attuale piazza Barile, al centro del paese, la Borgata Palazzo. In base alle ultime ricerche si ritiene che la denominazione di tale borgata risalga al 1300 e derivi da un antico palazzo della ricca famiglia moncalierese dei Darmelli. Dagli archivi risulta che in quell’epoca i quattro fratelli Darmelli (Stefano, Francesco, Martino e Bartolomeo) avevano ciascuno ¼ del Palazzo e delle terre. L’edificio con ogni probabilità sorgeva nell’isolato tra l’odierno vicolo Ponente, piazza Barile e via Stupinigi.
All’inizio, dopo l’autonomia da Moncalieri e l’infeudazione del 22 giugno 1694, il conte Niccolò Manfredo Occelli svolgeva le funzioni di amministrazione del paese nel cosiddetto “tribunale”, un edificio (oggi in fase di ristrutturazione /restauro), situato nel borgo del “Nicolino”, quel borgo che avrebbe poi esteso il nome a tutto il territorio smembrato da Moncalieri. Il 9 settembre 1725 venne deliberata la costruzione della prima Casa Comunale (esattamente 300 anni fa!).
Nei decenni che seguirono Borgata Palazzo divenne più popolosa e importante. In atti e disegni d’archivio di metà Ottocento, di fianco all’attuale chiesa antica della SS. Trinità e al primo cimitero del paese, è indicata una “Casa del Maestro da ridursi a Casa Comunale”. Il progetto del nuovo municipio era stato affidato al prestigioso ingegnere Amedeo Peyron, ma si optò poi per la sola ristrutturazione di questa Casa del Maestro. Nel 1902 l’Amministrazione comunale si spostò poi nella sede attuale costruita sulla via Torino. Il vecchio edificio comunale venne demolito nel 1965.
Il mercato invece sì spostò poi in piazza Martiri della Libertà dove rimase fino all’aprile 1979 e dove nel frattempo era stata costruita la nuova chiesa della SS. Trinità (1969-1972). L’amministrazione comunale decise di smembrare quel mercato, per dar vita a due mercati più contenuti in due diverse piazze (San Quirico e Largo 1° maggio ora piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa) suscitando all’epoca forti proteste degli operatori e dei cittadini.
Certo, Nichelino non avrà avuto un mercato da annoverare tra i più importanti d’Italia come quello di Porta Palazzo (il mercato all’aperto più esteso d’Europa) o come quello di Lanzo, risalente addirittura al 1219, ma in un documento del 1200 risultano due antichi toponimi nei pressi del Sangone: Vadum Confurcii e Quadrivium. Il Vadum (guado) Confurcii indicava uno spiazzo ove era nato un mercato nelle vicinanze di un punto di sicuro passaggio, un crocevia. Altroché luogo del nulla! Ne parleremo prossimamente.
(Si ringraziano Alberto Perasso, Elso Giordano, Ezio Sarà, Mario Cerrato e Nello Cerutti per la collaborazione, la consulenza e la cartografia)
Franco Alessio