1° Novembre, Ognissanti
La vita umana è molto di più che soddisfare gli istinti primari o curare la salute fisica.
Oggi una parte dell'umanità dimentica le dimensioni essenziali dell'anima, della coscienza, scambiando le necessità esistenziali con l'avere, il godere, il divertirsi e il viaggiare.
Eppure, l'uomo è essenzialmente sete e fame di Dio. Siamo creati per essere santi, come ricorda san Paolo. Questo richiede un cambiamento radicale: il santo non è un uomo eccezionale, austero, eroico o irraggiungibile, ma una persona comune, con i suoi limiti, le sue debolezze e le sue tentazioni. La santità è accessibile a tutti e non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nel fare le cose ordinarie in modo straordinario, cioè con amore. Le vie per arrivarci sono innumerevoli quanto le persone, poiché non esiste storia, carattere, debolezza o talento che non possa approdare alla comunione con Dio.
Una religiosità superficiale e un'etica minimalista non aiutano. Vanno evitati due errori speculari: il quietismo, che pensa la santità riservata solo agli eroi e perciò non richiede alcun impegno, e l'iperattivismo, che ritiene la santità un risultato dipendente unicamente dalle nostre forze. Gesù delinea chiaramente la carta d'identità del santo: passare dall'avere al dare, dall'esteriorità all'interiorità, dalla carriera al servizio fraterno, dall'apparire al consumarsi nell'amore, dalla grandezza all'umiltà, dal cercare l'applauso degli uomini all'approvazione di Dio. Un mistico dell'Ottocento pregava così: "Non prego, Signore, per essere ricco né per essere colmato di onori. Non prego per possedere la felicità né il fascino della poesia. Prego solo perché tutta la mia vita possa possedere la santità e l'amore: che io possa sempre gioire per l'amore di amarti".
2 Novembre, Commemorazione dei Defunti
È il giorno in cui l'oblio si nasconde per fare spazio ai ricordi che vivono nella mente. È il tempo del ritorno al passato, dell'abbraccio e del riscoprire quell'amore scolpito nel cuore che non si cancella, perché l'amore è più forte della morte.
La saggezza popolare ci ricorda che la sola certezza è la fine terrena. C'è chi la sdrammatizza con l'ironia, ma nella realtà la morte ci accompagna dalla nascita: la esorcizziamo, la ridicolizziamo, anche se spesso ci crea turbamento. La risposta culturale si riduce a una sorta di rimozione collettiva. Se ne parla il meno possibile, si evita che i congiunti muoiano in casa e si preferisce affidare rapidamente i defunti agli obitori. Persino i funerali perdono partecipazione, sostituiti da un rapido messaggio di condoglianze sui social. In questo equivoco cadono anche molti cristiani.
Noi crediamo invece in un Dio fattosi carne, morto in croce, che ha promesso il Paradiso al ladrone pentito e il terzo giorno è risorto. Talvolta invece usiamo lo stesso linguaggio di chi si definisce non credente. Ci dimentichiamo di pregare per i vivi, per i morti e per le anime del Purgatorio, parte di quel cammino di purificazione adatto alla nostra fragilità.
Leggere sulle sociali frasi come "ovunque tu sia" suscita in me un certo disagio. Per un cristiano i defunti non sono ovunque, ma sono raccolti e custoditi nel pensiero di Dio, dove potranno vivere in pienezza. Nel linguaggio comune la speranza è il desiderio di un bene incerto, mentre la speranza cristiana è l'attesa sicura della realizzazione della promessa di Gesù per una vita eterna oltre la morte.
A noi che ricordiamo i momenti passati e promettiamo di non dimenticare, spetta una domanda fondamentale. Ci accorgiamo che in fondo stiamo desiderando la vita eterna? Proviamo a chiederla con fiducia.
Marcello Aguzzi