Conoscere la storia non significa soltanto studiarla sui libri. A volte occorre attraversare i luoghi in cui è accaduta, ascoltare le testimonianze di chi l'ha vissuta e lasciarsi interrogare dalle domande che continua a porre al presente.
È questo il senso di “Promemoria_Balcani”, il viaggio organizzato dall'Associazione Deina a cui quest’estate abbiamo partecipato, come gruppo di amici, insieme ad una cinquantina di giovani provenienti da diverse regioni d'Italia. Un'esperienza dedicata all'approfondimento della guerra nell'ex Jugoslavia, dell'assedio di Sarajevo e del genocidio di Srebrenica, preceduta da incontri di formazione che ci hanno aiutato a comprendere il contesto storico e geopolitico dei Balcani.
La prima tappa è stata Trieste, con la visita alla Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento in Italia dotato di forno crematorio e gestito direttamente dalla Gestapo con il supporto dei fascisti della Repubblica Sociale Italiana. Qui migliaia di ebrei, partigiani, oppositori politici e civili furono detenuti, deportati o uccisi.
Da Trieste siamo arrivati a Sarajevo, città simbolo della convivenza tra culture e religioni diverse, ma anche teatro del più lungo assedio dell'Europa contemporanea. Visitando la città e i suoi luoghi simbolo abbiamo compreso le conseguenze della guerra che per quasi quattro anni, tra il 1992 e il 1996, devastò la Bosnia-Erzegovina. Gli edifici sono ancora segnati dai colpi d'artiglieria, Eppure, Sarajevo oggi dimostra una straordinaria vitalità e bellezza.
L'ultima tappa è stata Srebrenica, dove nel luglio del 1995 si consumò il più grave genocidio avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nonostante fosse una zona protetta dalle Nazioni Unite, la città fu occupata dalle forze serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladić. Nei giorni successivi oltre ottomila uomini e ragazzi bosniaci musulmani vennero separati dalle loro famiglie, assassinati sistematicamente e sepolti in fosse comuni.
Ci siamo lasciati guidare dalle emozioni suscitate dai luoghi, dalle immagini e dalle testimonianze raccolte lungo il percorso, assumendo una posizione "scomoda" che inevitabilmente porta a chiedersi: "Io dov'ero in quei giorni?". Camminando per Sarajevo o attraversando il Memoriale di Srebrenica-Potočari, con la sua interminabile distesa di oltre ottomila lapidi bianche, abbiamo provato dolore e sgomento. Eppure, dobbiamo dire grazie alle nostre guide e a Deina perché nulla di ciò che abbiamo visto o ascoltato ci ha lasciato un senso di disperazione. I giovani testimoni Nermin Kahriman e Irvin Mujčić, che ci hanno accompagnato in questi luoghi, furono entrambi profughi in Italia durante il conflitto. Le loro famiglie li allontanarono dalla Bosnia per salvarli dalla guerra. Nonostante i lutti e le difficoltà vissute, sono tornati alle proprie radici scegliendo di costruire il loro futuro proprio nei luoghi dai quali erano stati costretti a fuggire. Nermin Kahriman vive a Sarajevo, ha fondato l'agenzia "Bella Bosnia Tour" e ha pubblicato il libro “Casa mia”, nel quale racconta il sogno di una Bosnia capace di vivere al di là delle divisioni etniche e religiose. Irvin Mujčić ha invece creato a Kasapić, nei pressi di Srebrenica, il villaggio ecosostenibile Eko Meta e il progetto "Srebrenica City of Hope". Il suo obiettivo è restituire a questo territorio un'immagine diversa da quella legata esclusivamente al genocidio, promuovendo una memoria che non sia né negazione né vittimismo, ma occasione di riconciliazione e futuro. Entrambi ci hanno consegnato uno sguardo diverso: quello di chi rifiuta ogni logica di divisione etnica e sceglie di costruire ponti invece di muri.
Il viaggio nei Balcani offre così una lezione che va oltre la memoria storica. Invita a guardare con maggiore consapevolezza anche il presente. Forse l'insegnamento più importante riguarda proprio l'uso delle parole. Le guerre non iniziano con le armi, ma molto prima: quando si accetta che alcune persone valgano meno di altre, quando il linguaggio dell'esclusione e dell'odio diventa normale.
Dalla cura delle parole può nascere una delle forme più concrete di costruzione della pace. Possiamo essere già oggi, con le nostre azioni, i nostri valori e le nostre scelte, anche politiche, testimoni del presente e costruttori di una memoria attiva che impara, partecipa e contribuisce a migliorare il mondo.
Paolo Bornengo
