Nel corso dell’Assemblea Interdiocesana, che si è svolta a Torino il 3 ottobre, il diacono Ezio Campa ha presentato l’esperienza pastorale delle parrocchie di Nichelino.
Mi chiamo Ezio Campa e sono un diacono permanente. Esercito il mio ministero nelle Parrocchie di Nichelino sul cui territorio, abitato da oltre 46.000 persone, da molti anni sono operative 5 parrocchie e 2 chiese succursali, tutte pienamente in funzione.
Tre anni fa è stato avviato un progetto di riorganizzazione che vede tutte le parrocchie alla guida di due parroci in solido, don Davide e don Alberto, coadiuvati da un vice-parroco e da 5 diaconi permanenti. Passare dalla precedente modalità, che prevedeva ogni parrocchia presidiata da un parroco, a questa nuova organizzazione è un processo lungo che richiede pazienza e anche coraggio.
Noi a Nichelino siamo lungo il cammino, alcuni piccoli risultati li abbiamo raggiunti, ma abbiamo ancora tanta strada da fare. Credo che il cammino di fede delle nostre Chiese debba fare continuamente i conti con il mondo reale, abbandonando quei pregiudizi che ognuno di noi si è formato in modo naturale con la sua esperienza personale o comunitaria, magari parecchio tempo fa. È chiaro che le cose di oggi non sono come quelle di ieri, e le cose di domani non saranno come quelle di oggi. E allora dobbiamo continuamente interrogarci sul senso delle cose che facciamo.
Dunque, spesso succede che qualcosa vada cambiato, è una regola di vita, imprescindibile. E ogni cambiamento, per non essere solo subìto e vissuto da vittime predestinate, ma anche per non essere continuamente ostacolato, penso necessiti di una crescita importante di consapevolezza all'interno delle nostre comunità cristiane, non solo in coloro che hanno il compito di guidarle, ma anche tra i fedeli che le compongono e tra la gente che le frequenta, o assiduamente o sporadicamente. Dobbiamo rimanere connessi alla realtà, anche quando non ci piace, altrimenti rischiamo di perderci o di disperderci.
Il punto di forza delle Linee Orientative derivanti dal cammino sinodale che i Vescovi hanno intitolato "Radicati e costruiti in Cristo", mi pare consista proprio nella consapevolezza che essere cristiani oggi comporta fondamentalmente due dinamiche: la prima è quella di rimanere sempre ancorati a Cristo e la seconda è quella di essere lucidamente consapevoli della realtà oggettiva, coscienti che vivere la nostra fede significa anche rinnovarla continuamente alla luce dei cambiamenti che viviamo. Questo dobbiamo fare se vogliamo dare un senso alle cose. E la realtà del mondo in cui viviamo oggi presenta alcuni fenomeni sociali e culturali che, come comunità cristiane, non possiamo fingere di non vedere.
Senza entrare nel merito di analisi sociologiche raffinate, se ne possono citare alcuni, che mi pare siano evidenti a chiunque si guardi intorno con un minimo occhio critico:
- l'individualismo galoppante a scapito del bene comune
- la frammentazione del tessuto sociale che genera conflittualità
- il fenomeno dell'accelerazione nei ritmi della vita quotidiana che ci porta tutti a non avere mai tempo
- il depotenziamento dell'etica e del buon senso in generale la spettacolarizzazione, a volte anche becera, preferita alla verità
- il passaggio dei cristiani da maggioranza a minoranza dentro la società.
Di fronte a questi mutamenti sarebbe utile fin d'ora mandare avanti lo sguardo, provare a immaginare le nostre parrocchie tra vent'anni, quando non ci saranno più molti dei laici che oggi mandano avanti gran parte delle nostre iniziative, frequentano le messe feriali, la catechesi per gli adulti; quando la percentuale di partecipazione alla messa della domenica sarà quella delle fasce giovanili di oggi, quando la crisi delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata avrà mostrato tutti i suoi effetti.
Non per deprimerci, ma per iniziare a chiederci cosa è necessario salvare e cosa lasciar andare di tutto quello che facciamo, su cosa è necessario già da oggi iniziare a investire, quali scelte anche dolorose non è più tempo di rimandare. Con questo spirito le Linee Orientative offrono uno stimolo profetico invitandoci a riportare al centro il dono della fede attraverso la centralità del primo annuncio che dovrebbe essere prioritario nell'attività evangelizzatrice, ma anche in ogni tentativo di rinnovamento ecclesiale.
Come comunità di Nichelino ci ritroviamo decisamente in questo invito dei Vescovi a trasmettere la fede nel dialogo e nella condivisione della vita di ogni donna e di ogni uomo. Nella nostra Unità Pastorale tentiamo di metterlo in pratica con una iniziativa denominata "Officine di Spiritualità" che consiste in incontri proposti a tutti in cui alla riflessione biblica, si alternano momenti di condivisione e di provocazione attraverso la lettura di testi e momenti di preghiera sia comunitaria che personale.
Per esempio, in Avvento e in Quaresima abbiamo fatto un percorso sulle emozioni umane alla luce del Vangelo e sull'introduzione alla preghiera cristiana cercando di fornire a tutti qualche strumento basico per inoltrarsi in questa esperienza spirituale. La modalità dell'incontro è stata studiata per essere proposta in particolare a coloro che non frequentano abitualmente la comunità o che, dopo averla frequentata, per qualche ragione si sono allontanati qualche tempo fa.
Concludo con quella che penso sia la provocazione più rilevante per la nostra Unità Pastorale di Nichelino, ma anche per tutti coloro che stanno affrontando o affronteranno in futuro un'esperienza simile alla nostra. Mi riferisco all'invito del documento dei Vescovi a puntare sulla vita comunitaria.
Dobbiamo prendere atto che la crisi della parrocchia non riguarda solo una carenza di persone e un mutamento delle strutture e della società. Vi è in gioco, molto più in profondità, la domanda su cosa significhi essere cristiani oggi ed esserlo non da soli ma insieme, come comunità cristiana. Un tempo - quando nasceva la parrocchia così come la conosciamo - la società, nei ritmi e negli usi, portava ancora iscritti i segni della fede. In quel contesto la parrocchia poteva limitarsi a nutrire la fede attraverso i Sacramenti e la catechesi, perché la vita cristiana comunitaria non finiva una volta usciti da Messa, ma tutta la vita sociale era, in qualche modo, vita comunitaria cristiana. Oggi viviamo in un contesto in cui la cultura ha perso il legame con la fede ed è un'illusione pensare che si torni indietro.
Oggi quando si esce dai cancelli parrocchiali, ci si ritrova spesso a vivere la propria fede da soli, singoli o famiglie, senza alcun sostegno della cultura, della comunità, della società. Il vero problema, irrisolto ormai da tempo, è allora identificare lo spazio e il tempo in cui vivere la comunità cristiana. La parrocchia, e di questo siamo consapevoli, non può più limitarsi ad offrire Sacramenti e catechesi, perché il contesto è mutato, ma il pezzo che manca facciamo davvero fatica a collocarlo.
Cosa significa oggi vivere la comunità cristiana? Vivere la comunità cristiana a ben vedere è qualcosa di molto più profondo: significa vivere insieme la fede. Come si fa oggi a vivere la fede insieme, non da soli, nel contesto in cui siamo, in un quotidiano che abita contemporaneamente più luoghi nei quali ci ritroviamo spesso soli ad avere uno sguardo credente, dentro una Chiesa che è ormai minoranza sociale e culturale?
Vivere insieme la fede significa ascoltare la Parola, celebrare, festeggiare, ma anche custodire una qualità evangelica nelle relazioni; avere un occhio vigile condiviso che si fa prossimità verso chi è escluso, è nel bisogno, è diverso; un desiderio comunitario di varcare le soglie della Parrocchia, che si fa pensiero, condivisione e azione corale; un'attenzione alla vita civile, che si fa voce, proposta comune, contributo nella logica del servizio; uno sguardo che raccoglie diverse prospettive, capace di discernimento e di rimettere tutto nelle mani di Dio Padre. Oggi di tutto questo avremmo davvero bisogno. A Nichelino ci stiamo provando con alcune iniziative.
Ne cito due tra tutte: le “Officine di comunità” e le “Cene di comunità”. Si tratta di veri e propri cantieri di idee aperti a tutti, dove oltre allo spazio conviviale in cui si fa esperienza di fraternità, si condividono le proprie idee, le preoccupazioni e i desideri intorno ai temi che riguardano la vita comunitaria e il compito primario di vivere ed annunciare il Vangelo. Ognuno offre liberamente il proprio contributo senza preclusioni e ognuno è invitato a mettersi in ascolto del contributo degli altri. Alcune delle idee che tuttora vengono portate avanti nella nostra Unità Pastorale sono nate proprio da queste officine.
Sono convinto che oggi sia necessario per tutti interpretare i cambiamenti che stiamo vivendo come opportunità per crescere insieme come comunità cristiana, illuminati e guidati da quello Spirito che il Signore ci ha donato e che mai ci farà mancare.
Ezio Campa
