All'inizio degli anni '60 il mondo, per me, aveva il colore del mare. Vivevo in un piccolo rione di Reggio Calabria, a ridosso dell'acqua, dove il vento portava con sé il profumo salmastro mescolato alla zagara e al gelsomino.
Le estati erano lunghe, calde e luminose e io, bambina sulla soglia dell'adolescenza, credevo che il mondo finisse dove il mare si confondeva con il cielo.
Poi arrivò la partenza. Ricordo le valigie legate con lo spago, gli sguardi seri dei grandi, le parole sussurrate. Si parlava di lavoro, di futuro, di opportunità. Parole che per me non avevano significato: io sentivo solo che stavo lasciando il mio mare.
Ma allo stesso tempo ero ansiosa e curiosa. Dentro di me immaginavo una meravigliosa avventura. Il treno sembrava non finire mai la sua corsa. Chilometri e chilometri verso nord. Poi finalmente arrivammo a Nichelino, paese nella prima cintura di Torino.
La casa era in via dei Cacciatori. La strada non era ancora asfaltata. C'era un lampione ogni tanto: questa era l'unica cosa che accomunava quel luogo a quello da cui provenivo.
Notai subito che non c'era il mare. E neanche i profumi che conoscevo. C'erano erba, campi, boschi e un'aria diversa. Più fredda, più silenziosa. Il cielo mi sembrava più basso.
Mi sentivo piccola. Smarrita. Come se una parte di me non ci fosse più.
Questo posto non mi piaceva.
Non avevo ancora tredici anni quando iniziai a lavorare nella rivendita di pane e generi alimentari sotto casa. La padrona del negozio, la signora Angiolina, veniva da Cuneo e forse si sentiva straniera anche lei. Viveva con la sua famiglia nel retro della bottega. Era una donna magra, con i capelli rossi, il naso aquilino, gli occhi piccoli e le labbra sottili. Mi incuteva un po' di timore. Mi parlava nel suo dialetto e io facevo molta fatica a capirla.
Mi chiese se sapevo andare in bicicletta.
«Certo», risposi.
Si accordò con mia madre e mi prese a lavorare da lei.
Chissà cosa mi aspettavo da quel lavoro. Invece il mio compito era pulire il negozio e portare il pane nelle case. Al mattino mi svegliavo presto, quando era ancora buio. Scendevo, andavo in bottega e aiutavo Angiolina a svuotare il pane dalle ceste. Poi lei preparava i sacchetti per i clienti.
L'aria mi pungeva il viso mentre pedalavo con la bicicletta, con un cesto davanti e uno dietro, carichi di sacchetti. Consegnavo il pane alle case di via dei Cacciatori fino a metà di via 25 Aprile. Bussavo piano e lasciavo il sacchetto con il nome scritto a matita. A volte ricevevo un sorriso. A volte solo una porta che si chiudeva in fretta.
Fu in quel periodo che scoprii i grissini. Lunghi, sottili, croccanti. Non li avevo mai visti.
A volte ne rompevo uno dai sacchetti e lo mangiavo con gusto. A casa nostra il pane era un'altra cosa: profumato, rotondo, con la crosta spessa. I grissini sembravano fragili, delicati. Il primo che assaggiai mi fece sorridere. Era il sapore di una terra nuova che cercava di farsi conoscere.
Piano piano, come solo i bambini sanno fare, mi adattai a quel nuovo mondo. Imparai a riconoscere gli odori del nord: la nebbia del mattino, il pane caldo appena sfornato, il profumo dell'erba bagnata.
Certo, non era il mio mare. Ma era il posto dove stavo diventando grande, dove il profumo delle gaggie a tarda primavera poteva mescolarsi a quello dei gelsomini e della zagara.
Col tempo ho capito che le radici non sono solo dove nasci. Le radici possono essere ovunque impari ad amare, a soffrire, a crescere.
Oggi Nichelino è casa. È il luogo dove ho costruito la mia vita, dove ho messo radici nuove e forti.
Eppure basta il profumo di un mandarino per farmi tornare bambina tra i vicoli di Reggio, con il mare negli occhi e il vento nei capelli. E basta anche un grissino spezzato tra le dita per riportarmi al mio arrivo al nord, a quando pedalavo con il pane nel cestino.
Forse è questo il segreto: non si sceglie tra una terra e l'altra.
Si mescolano i profumi, si intrecciano i sapori e, senza accorgersene, si impara che casa può avere più di un nome.
Anna Polimeni
