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Gio, Ago
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La tangenziale cambiò il paesaggio

Cronaca
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Cinquant’anni fa a Nichelino, tra il ’70 e il ’71, fervevano i lavori per la costruzione della tangenziale, un’opera che avrebbe cambiato la geografia della nostra città, come in tutto l’hinterland  torinese.

La società ATIVA diede il via ai lavori nel 1969. Il primo tratto tra Santena e Rivoli-Bruere fu aperto al traffico tre anni dopo. Nel 1973 (in piena crisi energetica) venne completato il prolungamento fino allo svincolo di corso Regina Margherita e nel 1976 l’intero tracciato. Quasi subito venne abolito il casello di pedaggio all’altezza di corso Orbassano.

La tangenziale di Torino fu un’infrastruttura abbastanza ciclopica e realizzata in tempi tutto sommato accettabili.

Oggi come oggi imprese del genere probabilmente non si riuscirebbero più a portare a termine, non tanto per le difficoltà tecniche (anche in questo settore la tecnologia ha fatto passi da gigante), quanto piuttosto per gli intoppi burocratici e la giungla normativa sugli appalti. Senza contare che in fatto di grandi opere pubbliche la capacità decisionale e la spinta operativa della politica, stentano come si dice, a quagliare fermandosi allo stadio degli studi di fattibilità.

E’ pur vero che il tracciato della tangenziale interessò ampie aree non urbanizzate e che quindi i cantieri furono in condizione di procedere speditamente. Nel caso di Nichelino non fu propriamente così, perché  i progettisti dovettero prevedere un lungo tratto sopraelevato per scavalcare l’asse di via Torino e la ferrovia per Pinerolo. Ormai fa parte del paesaggio e ci siamo abituati. Per costruire le rampe del viadotto venne prelevata un’ingente quantità di terra, fino a creare una voragine artificiale, “la buca della Viberti”. Non che il consumo di suolo non sia un tema di attualità, ma ahimè, la sensibilità ambientale a quei tempi era ancora più scarsa; si scavò fino a raggiungere la falda acquifera e si formò persino un laghetto. 

Non mancarono in quegli anni altre  polemiche. Alcuni gruppi di case (ad esempio in via Monviso e in via Cervino) si trovarono di fatto isolate dal centro abitato e i residenti per arrivarci dovevano fare un lunghissimo giro. Per ovviare all’inconveniente vennero costruiti una passerella pedonale a fianco alla cascina Buffa e poi un sottopasso per le auto.

Viale Matteotti, che conduceva allo stabilimento Viberti, fu di fatto tranciato dal nastro della tangenziale, e il flusso di traffico venne dirottato in una stretta chicane per riuscire a passare sotto il tratto sopraelevato.

Lo stesso destino toccò a via XXV Aprile, ma in questo caso il problema fu risolto con la costruzione di un sovrappasso. In realtà nel tratto nichelinese il vizio di origine fu la mancanza  di uno svincolo dedicato. I progettisti diedero la priorità allo sbocco sull’asse di corso Unione Sovietica, mentre l’abitato di Nichelino vide sfilare la tangenziale sotto il naso, senza potervi accedere comodamente. A parziale rimedio fu realizzato lo svincolo Debouchè negli anni Novanta, ma come si sa l’opera è rimasta incompiuta. Lo sperato raddoppio non c’è stato e anzi la nuova viabilità di via Debouchè per Mondojuve, rispetto all’entrata e uscita dalla tangenziale, per Nichelino  sembra aver complicato le cose.