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Mar, Nov
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Sanità da riformare cominciando dai medici di famiglia

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Il Covid ha bruscamente accelerato la necessità di riformare il sistema sanitario, in particolare per quanto riguarda l'assistenza territoriale.

In primo piano c’è il ruolo dei medici di base. 
Qualche settimana fa gli assessori alla Salute delle Regioni hanno sottoscritto un documento in cui si sollecita un cambio di marcia per rendere più efficiente il servizio dei dei medici e dei pediatri di famiglia, attualmente basato su convenzioni tra liberi professionisti e ASL. Qualcuno suggerisce di farli diventare a tutti gli effetti lavoratori dipendenti, fissando un preciso mansionario, orari più rigidi e regole stringenti sulle fasce di reperibilità.  Adesso il numero di ore minimo garantito dipende dal numero di assistiti. Il rapporto fiduciario con il paziente resta comunque centrale, anche se nel periodo della pandemia per i pazienti è emersa una crescente difficoltà nel contattare personalmente il proprio medico. Visite ambulatoriali con il contagocce, pressoché impossibili quelle a domicilio: dato l’elevato numero di pazienti in carico, il medico di base è costretto a dedicare gran parte del tempo “a distanza” mandando ricette e prescrivendo esami via e-mail  o via whatsapp. 

Dall’idea di accentramento, che aveva caratterizzato i decenni precedenti (… vedi “ospedale unico”), si è tornati a prediligere soluzioni per una sanità più vicina al cittadino, distribuita sul territorio. I progetti di riforma ruotano appunto sui medici di famiglia, ripetutamente sollecitati ad associarsi e a costituire delle strutture organizzate che superino il concetto tradizione di studio medico per fornire maggiore presenza e continuità per gli assistiti. L’attuale sistema di convenzioni con le ASL, si legge nel documento delle Regioni, "non contempla un sistema di valutazione che abbia effettive ricadute e possa costituire un incentivo". Tradotto, significa che l’efficienza del servizio è lasciata alla buona volontà del singolo. A difesa della categoria c’è però da dire che in questi ultimi anni i medici sono stati chiamati a farsi carico di una crescente complessità burocratica nel settore sanitario, non sempre attenuata dal processo di informatizzazione in corso. 

La diffusione del Covid ha messo ancora più in evidenza le criticità: "L'attività di sorveglianza, che ha gravato enormemente il lavoro dei dipartimenti di sanità pubblica delle Asl, avrebbe dovuto essere effettuata dai medici e dai pediatri, ma non esiste uno strumento contrattuale/normativo che permetta alle aziende sanitarie di coinvolgere questi professionisti, neppure in una situazione così drammatica come una pandemia globale".

La prima condizione però è che i medici ci siano. A seguito di  pensionamenti in Piemonte, come in altre parti d’Italia, si è registrata una preoccupante diminuzione di medici e pediatri, con clamorosi ritardi nella copertura di sedi vacanti e zone in grave carenza di assistenza medica di base.

Quest’anno per esempio il bando della Regione Piemonte prevedeva quasi trecento posti, ma hanno risposto all’appello solo 123 nuovi medici di famiglia. Tenuto conto che l’età media degli attuali medici in servizio è decisamente alta, il quadro è destinato a peggiorare rapidamente.