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Il vandalismo affossa il "free floating"

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L’esperienza del “free floating” a Torino e dintorni è già finita?

Poco più di un anno fa l’area metropolitana era stata invasa da biciclette da noleggiare attraverso un’app scaricata sul telefonino. L’esordio non era stato dei più felici. Fin dai primi giorni moltissime bici sono state irrimediabilmente vandalizzate con alcuni casi eclatanti: una è stata gettata nel Po, un’altra addirittura sui binari della ferrovia e altre ancora appese agli alberi.

Comunque nel giro di poche settimane il territorio, dal centro alla periferia, è stato disseminato di centinaia di biciclette posteggiate nei posti più improbabili. Il problema è che se l’apparecchietto di geolocalizzazione, di cui è dotato ogni esemplare, viene danneggiato il mezzo diventa irrintracciabile sia per gli utilizzatori che per l’azienda proprietaria.

Si tratta di bici piuttosto spartane, con le gomme piene per limitare i costi di manutenzione e difficilmente commerciabili in quanto immediatamente riconoscibili. Pare che l’unico accessorio di un certo valore sia il sellino. Infatti la maggior parte delle bici in stato di abbandono ne sono prive.

Ma, vandalismo a parte, il fenomeno è stato determinato anche dal fallimento di OBike, una delle aziende che avevano investito a Torino ed in altre città italiane nel free floating. Sede a Singapore, l’OBike era diventato in poco tempo un colosso mondiale nel settore e, dopo il tracollo, ha lasciato sul campo in diverse città del sud est asiatico gigantesche cataste di bici arancioni che ora rappresentano un problema di smaltimento. Anche a Torino l’Amiat ne ha ritirate dalla strada in grande quantità e quelle non ridotte a rottame sono state destinate ai corsi di educazione stradale nelle scuole, organizzati dalla Polizia Municipale.