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"Quella mattina lì c'ero anch'io"

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Da qualche anno l’Amministrazione Comunale, per iniziativa del Gruppo Officine della Memoria, ricorda la data

del 30 novembre come giornata di lutto cittadino in ricordo delle vittime di quella che per Nichelino fu una pagina tragica nella seconda Guerra Mondiale: la morte di venti civili e dell’equipaggio di un bombardiere che si schiantò tra le case del paese in via Fabio Filzi. Quest’anno la data ha rivestito un particolare significato perché ricorreva l’80° anniversario dell’evento.

Un testimone oculare (…forse è rimasto l’unico) ancora ricorda quel giorno tremendo. “Sì, sul luogo del disastro in quella mattina del 30 novembre del ’42 c’ero anch’io”. A raccontare è don Paolo Gariglio, 92 anni, che all’epoca dei fatti era un ragazzo e mai più avrebbe pensato di diventare parroco (… ora emerito) a Nichelino. “Allora avevo 12 anni, arrivai sul posto verso le otto in bicicletta, penso fosse di mio zio, senza nemmeno dirlo ai miei. Facevo fatica a pedalare, perché la sella era alta. Io abitavo al Lingotto in via Nizza, praticamente in piazza Bengasi. Era una mattinata freddissima, le pozzanghere in strada erano gelate. Al Lingotto si era già sparsa la notizia che dalle parti di Nichelino era esploso un aereo, un grande botto e i bagliori di un incendio nella notte. Alla luce del giorno inforcai la bici e andai a vedere”.

L’aereo, un bombardiere pesante della Royal Air Force (a bordo 8 aviatori, di cui sei inglesi, un canadese e un neozelandese), aveva terminato la sua traiettoria contro una casa con il suo carico di bombe. Negli archivi della RAF risulta che il velivolo perse il contatto radio sulla verticale di Airasca, forse colpito dalla contraerea. In un disperato tentativo di atterraggio in virata, per evitare la collina di Moncalieri, toccò terra a Nichelino, attraversando la via principale del paese.

“Arrivando in via Torino a un certo punto vidi i cavi del filobus a terra e i tralicci della linea elettrica piegati e contorti, era l’aereo in finale di atterraggio che li aveva agganciati - narra don Paolo - E poi sulla destra il finimondo, come un terremoto. Tra cumuli di macerie ancora fumanti e bombe inesplose stavano scavando a mani nude in cerca di feriti e sopravvissuti. Mi intrufolai tra la folla di curiosi, vigili del fuoco e militari. Ricordo che intravidi un pezzo del timone di coda del bombardiere. Una guardia continuava a strattonarmi: ‘vieni via, vieni via, qui tu non puoi stare’. Io mi inventai una balla e svicolai: ‘ehi, ma cosa volete da me? Io abito qua!’. Raccattai alcuni pezzettini dei rottami del bombardiere e me li portai a casa. Non li ho più trovati, perché poi nel ’44 anche casa mia a Lingotto fu distrutta dalle bombe”.

La zona vicino alla FIAT fu pesantemente investita dalle incursioni aeree. Per tre anni, quasi tutti i giorni, suonava l’allarme e la gente, di giorno come di notte, correva nei rifugi. A volte gli aerei si limitavano a sorvolare Torino, altre volte cominciavano a sganciare bombe sulle case, più le schegge della contraerea.

“Io scampai per un soffio - prosegue don Paolo - Non si può spiegare con le parole cosa si prova quando ci si trova nel bel mezzo di un bombardamento a tappeto. Questa esperienza da adolescente mi ha accompagnato per tutta la vita ed è per questo che sono così impressionato da ciò che sta avvenendo in questi mesi in Ucraina. Non ho mai sentito la guerra così vicina. Sì, oggi c’è di nuovo un reale pericolo di guerra mondiale, anche a casa nostra. Mi sembra quasi di respirare quel clima - io ero bambino - di quando la gente si aspettava la guerra, senza alternative, quasi la cercava, per vedere cosa sarebbe successo. Ahimè, nessuno più ricorda e della mia generazione non è rimasto quasi più nessuno…”