26
Lun, Set
89 New Articles

Sessant'anni fa Virginia dij Can

Persone
F
Typography

A suo modo “Virginia dij Can” fu un personaggio: a lei sono state dedicate tesi di laurea e negli anni ’70 la sua vicenda ispirò persino Giorgio Albertazzi per un’opera teatrale. Il suo vero nome era Virgilia Malagoni.

Ricorre quest’anno il 60° della morte, avvenuta nel 1962 in seguito ad una caduta dalle scale nell’ospedale di Moncalieri. Lì era stata ricoverata qualche giorno, ferita e malconcia, a causa - si disse - di un’aggressione in strada. Sicuramente fuori dagli schemi, Virginia era però benvoluta da tutti. Anche a Nichelino la gente di una certa età ancora la ricorda: ogni tanto veniva a Messa nella chiesa della Santissima Trinità, accompagnata dai suoi cani che pazientemente l’aspettavano sul sagrato.  Gervasio Cambiano, storico locale, è stato tra i primi a far luce sulla singolare biografia di Virginia dij Can e riproponiamo questo suo scritto di qualche tempo fa.  

***

A cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 era facile vedere transitare per le strade di La Loggia, Vinovo, Moncalieri, Nichelino, una donna vestita di variopinti stracci, dai capelli scarmigliati che trascinava un carretto e seguita da alcuni cani.

Da tutti era semplicemente conosciuta come “Virginia dij Can”, cioè Virginia dei cani. 

Viveva di quel poco che gli regalava la gente e dormiva in un tugurio sotto il ponte sulla Chisola, tra La Loggia e Moncalieri. Per certi periodi dell’anno altri due, cosiddetti “barboni”, le tenevano un po’ compagnia.

Era nata nel 1890 ad Agua Dulce di Panama in una famiglia di artisti. Il padre di origini italiane era un attore che lavorava sui piroscafi di linea e la madre una cantante argentina.

Da giovane più che di una strepitosa bellezza, tipo odierna star, era una ragazza raffinata e colta, di grandissimo fascino. Cantante e attrice sulle navi di linea che negli anni ‘20 e ‘30 solcavano regolarmente l’Atlantico.

Pare che Virginia parlasse 4 o 5 lingue. Perse i genitori per malattia e si stabilì in Piemonte. Lavorò anche nel mondo del cinema in quegli anni pionieristici.  Non è noto il motivo per cui sia finita nella nostra zona alla fine degli anni ‘50 dello scorso secolo, in età non più giovane, anzi per i tempi, considerata già nella fase di precoce anzianità.

L’immaginario collettivo diceva che un giovane ufficiale di cavalleria di Pinerolo, follemente innamorato di lei, ma non corrisposto, si fosse impiccato. Disperata per aver involontariamente causato questo dramma, si era autoesclusa dalla società del tempo e isolata a vivere in povertà sotto i ponti.

Personalmente la vedevo ogni tanto quando transitava per le strade di Vinovo, trascinando un carrettino e seguita dai suoi amati cani.  Ricordo bene che non solo parlava affettuosamente con i cani, ma canticchiava loro anche motivetti e canzoncine.

Durante i suoi spostamenti si fermava ogni tanto presso il “ciabot” del fratello più giovane di mio nonno, situato al fondo di un grande orto con una bella e antica” noria” (ruota idraulica che aveva la funzione sollevare l’acqua), già parecchio fuori Vinovo verso il ponte sull’Ojtana, che portava a La Loggia. Qui con l’acqua limpida e fresca di quella genuina fonte dissetava se stessa e i suoi cani.

Questo mio prozio (barba Minot Cambiano) raccontava che Virginia gli aveva confidato che era conoscente o addirittura imparentata con il famoso De Vecchi di val Cismon, uno dei capi del fascismo degli anni ‘20. Oggi, a distanza di tanti anni e scomparsi tutti i protagonisti del tempo, non è più possibile stabilire la veridicità di questa notizia.

In fondo ricordare adesso con grande rispetto l’infelice e anomala vita di Virginia dij Can può essere un atto di sensibilità e di solidarietà verso i tanti emarginati che, in solitudine e disperazione, affrontano con grande difficoltà la vita quotidiana.

Gervasio Cambiano