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Quando Lorenzo tornò dall'Albania

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Estate 1962. Sono passati 60 anni dal giorno in cui, ciò che restava di Lorenzo Gaido, sfilò dalla zona Oltrestazione

alla chiesa della Santissima Trinità, per ricevere un ultimo saluto, quello che aspettava dal 1941. Per 20 anni aveva atteso nel cimitero di Ans, in Albania. Ne aveva 21, di anni, quando lo uccise un colpo partito accidentalmente da un fucile tra le mani di un commilitone.

Di Lorenzo resta la lapide sulla parete di fondo nell’ala vecchia del cimitero, il cippo nell’aiuola dedicata ai caduti, il nome sulla mezzaluna sopra la porta laterale del Comune in piazza Di Vittorio e il tiglio grande, sul ponticello di via Brescia, a cui rivolse lo sguardo prima di partire per una terra che, a Nichelino, nessuno conosceva… “Non avevamo mai visto il mare, ci hanno messo su una nave e portato laggiù”, raccontò per anni un compagno d’armi, senza darsi pace.

E resta il ricordo della sua famiglia. Di sua sorella Antonietta, che ha raccontato la sua storia, fino a che non se ne è andata. E, ora, di Anna e Maurizia, figlie di lei, a cui la mamma ha passato il testimone della memoria. “Faceva caldo quel giorno, a Nichelino, quando il corteo sfilò su via Torino, per il centro della città, così diverso da oggi - ricorda Anna Ponzio Milani - Anche senza le fotografie, ho ben chiaro quel momento. La morte dello zio ha segnato la storia di mia mamma e della mia famiglia. Credo sia un dovere non dimenticare”.

Militare nel 1° Reggimento Artiglieria Alpina, Gruppo Val Chisone 49esima Batteria, Lorenzo era reduce da un’altra campagna militare, in Francia, poi richiamato e inviato in Albania. Se ne andò alle 17,20 del 22 aprile 1941, anche se la lapide segna un anno dopo. Solo pochi giorni e il suo Battaglione sarebbe rientrato in Italia. Senza di lui. La ferita accidentale, dorso-lombare, che lo uccise, provocò una lesione vertebrale spinale. Grazie all’intervento di Rosina Falcione, proprietaria della cascina Buffa dove viveva la famiglia Gaido, lì arrivarono i dispacci militari, le lettere del Cappellano, la piantina del cimitero in cui fu seppellito. “Ove i resti mortali del Caduto siano recuperati e identificati, sarà cura di questo Commissariato Generale provvedere al loro rimpatrio”, assicurò la lettera del 29 luglio 1960, che annunciava il rientro delle salme del 1° Contingente, tra cui Lorenzo non c’era.

Arriverà pochi mesi dopo. Il 12 dicembre 1961 la famiglia riceve la conferma che, il 17 del mese, la salma arriverà a Bari con il piroscafo Vicenza, su cui viaggia il 4° scaglione di militari caduti e riportati a casa. Lo sbarco è alle 10. “A riceverlo andarono mia nonna Teresa, che era rimasta vedova, e mia mamma, che era incinta di mia sorella - ricorda Anna - Tornarono senza di lui, che restò a Bari”.

Prima di riposare in via Pateri, Lorenzo aspettò ancora “nel comprensorio militare di Capurso, per le operazioni di riordinamento e di controllo - spiegava la comunicazione militare che ne annunciava il rientro - Tali operazioni, per la loro complessità e delicatezza, non consentiranno in alcun modo di iniziare prima di tre mesi il successivo invio delle cassette ossario ai paesi richiesti dai congiunti”.

Né subito dopo la morte, né più tardi, mamma Teresa volle sapere chi era stato a ferirlo. “Le dissero che questo commilitone avrebbe voluto chiederle perdono - rievocano Anna e Maurizia - Lei accettò il dolore di questo ragazzo, che aveva già perdonato, ma ricevette in gruppo i compagni che erano stati con suo figlio, per non conoscere il nome di chi lo aveva ucciso, per errore”.

Dalla terra alla guerra cambiano solo poche lettere, ma la è differenza è abissale, inconcepibile, ancor più per una famiglia contadina, pronta ad affrontare ogni difficoltà unita e, invece, devastata dalla guerra. “Senza senso, ma quale guerra ha senso? - scriveva anni dopo Antonietta, riannodando il filo dei ricordi - Dolore, disperazione, lutto. Dolore sempre più grande, che si sommava al dolore di tante altre famiglie, accomunate nel lutto e nell’assurdità della tragedia della guerra”.

Lorenzo non è stato il solo nichelinese a morire lontano e a rientrare a casa dopo anni, per riposare nel cimitero della sua città. Mario Dominici, 26 anni, caduto il 25 dicembre 1944, a Natale, rientra dall’Albania l’8 settembre 1951, inumato provvisoriamente per essere poi trasferito, nel 1968, nel campo 5, all’epoca riservato ai militari. Di lui resta traccia nell’archivio storico della Città, dove è conservata la richiesta della famiglia per la traslazione. E poi Giustino Bogiatto, tenente di 23 anni, morto in combattimento a Tobruck; Mario Piccitto, commerciante chiamato alle armi per esigenze belliche; Corrado Beninatti, che la guerra, a 7 anni, avrebbe dovuto non conoscerla e invece lo uccise, sotto un bombardamento. Tutti e tre compaiono in un articolo del settimanale Il Nuovo Arco, venerdì 6 ottobre 1972, che dà notizia del rientro dei loro resti dalla Libia, esumati in un cimitero della Cirenaica.

E chissà quanti altri, che restano qui, nel ricordo di chi li ha sentiti raccontare in famiglia. E che può contattare Nichelino Comunità (tramite e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), per raccontarle a noi la loro storia. “I giovani devono sapere - scriveva ancora Antonietta - Devono avere memoria, perché è soltanto dalla conoscenza del passato che può nascere la voglia di lavorare tutti insieme per la pace”.

Cristina Nebbia