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Mer, Ago
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Un tramviere del secolo scorso

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La fotografia che mi ha spinta a scrivere questo mio ricordo è quella del calendario che mi è stato donato da un amico: il calendario della “Famija Nichelineisa”.

Mio padre Giuseppe emigrò a Torino nel 1911 da un brumoso paese di risaia della Lomellina. Aveva visitato la città per l’esposizione internazionale, incantato dal Parco del Valentino, dove sorgevano “provvisori” palazzi fantastici con gli stili caratteristici dei vari paesi. Più di tutto gli era piaciuta la città così ordinata, con la gente quasi austera e pur cortese, ed anche il dialetto, anzi lingua, che in pochi anni imparò. Molti suoi amici e parenti emigrarono in Argentina e non tornarono più, tra i quali il fratello di mia mamma, suo grande amico. Ma lui scelse Torino.

Giuseppe fu assunto dalla società “Belga” come “Nino” – così erano chiamati i cocchieri dei tram a cavallo. In quel periodo comunque c’erano già i tram elettrici che sostituivano quelli trainati dai cavalli: infatti l’ATM espandeva in Torino le sue rotaie fino a raggiungere in pochi anni ogni periferia ed anche i paesi limitrofi come Nichelino. Nel 1907 la rete contava 19 linee e Giuseppe, in seguito, passò da cocchiere a manovratore sulle vetture elettriche che avevano due panche per fare accomodare i passeggeri nel senso longitudinale ed il posto di guida all’esterno della vettura stessa.

Purtroppo mio padre si ammalò per il grande freddo e non gli fu più possibile manovrare i tram all’aperto: divenne quindi bigliettaio ed in seguito passo nell’ufficio del deposito dove si custudivano le borse con le monete ed i biglietti di percorso che ogni bigliettaio ritirava la mattina e depositava la sera.

L’orario di lavoro era impegnativo in quanto l’ufficio doveva rimanere aperto dalle 5 del mattino e, per il turno serale, fino all’una di notte. Le sue attività nelle ore libere dal lavoro erano molte: riusciva ad aiutare in casa anche la moglie che aveva sposato nel 1915 (nel 1916 e nel 1918 erano nate le mie due sorelle). Nel 1931, inaspettata, nacqui io, e mi viziarono non poco: per le mie sorelle ero una bambola e la nonna che viveva con noi diceva che somigliavo alla sua ultima figlia che purtroppo era morta di parto su un argine di risaia, mentre mondava il riso. Da bimba papà mi accompagnava a visitare Torino, con una predilezione per le chiese storiche ed in particolare per La Consolata che conosceva bene e dove si comunicava durante le messe; per questo lo ammiravo.

Nel 1968 con mio marito, che era impiegato all’ATM di Torino, mi trasferii a Nichelino, insieme a papa, molto malato, e mamma, che non riusciva più badare a lui. Papà era contento di trasferirsi a Nichelino, cittadina in via d’espansione dove erano già giunti i polesani in seguito all’alluvione del 1951: molte persone dell’Italia meridionale emigravano ancora al nord, e le case si erigevano in poco tempo per ospitarli.

Con tanta serenità si spensero all’età di 82 anni papà e di 84 anni la mamma, consolati da me, da mio marito che li amava come se fossero i suoi genitori e dai miei due figli adolescenti, che li consideravano due nonni eccezionali.

Dal balcone verso est allora si vedeva ancora in lontananza il cimitero di Nichelino e, più vicino, il municipio. Papà mi diceva che per alcuni anni era stato di servizio sul filobus che arrivava a Nichelino, e ammirava quel piccolo camposanto e mi diceva che sapeva che avrebbe riposato in un luogo vicino a me. Purtroppo poi è stato costruito un palazzo che mi impedisce di vedere i prati ed il piccolo cimitero. Penso e sono convinta che, ora che non vado più sovente a pregare in quel luogo, papà, mamma ed il mio caro marito sono con me sempre.

La foto di papà risale forse all’anno 1930: mi è cara questa foto non solo perché è il mio papà, ma per tutto ciò che mi ha insegnato e per l’affetto che ancora sento in me. Negli ultimi anni era molto malato, ma sempre allegro; è stato soprattutto nei suoi anni migliori orgoglioso di essere un tranviere.

Valentina Scandalitta