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La mia storia di bambino - pastore

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Carlo Bosco, nato a San Paolo Solbrito (AT) il 16 maggio 1934, nell’estate del 1945, a undici anni, è arrivato a Nichelino

proveniente da Reaglie, una frazione collinare di Torino, dove la famiglia aveva abitato per dieci anni, guerra compresa.

E’ la storia di un bambino e della sua infanzia in tempi particolarmente difficili, ma come vedremo la gran voglia di lavorare e quel meditare in solitudine nella natura incontaminata lo hanno forgiato e trasformato in un vulcano di idee, molte delle quali messe in pratica.

I primi anni a Nichelino sono stati tremendi e pieni di sacrifici, messi a frutto fino a diventare quel giovane intraprendente che nel 1972 ha vinto un concorso alla RAI per gestire, con altri, il complesso impianto di climatizzazione nel grattacielo di via Cernaia 33 a Torino. Ma questa è un’altra storia e la racconteremo prossimamente.

***

Per i contadini senza terra propria l’esistenza non è mai stata facile. Fu così che per migliorare la propria situazione Cesare Bosco mio papà, gran lavoratore, pensò di trasferirsi con la famiglia a Torino per lavorare alla Fiat Ferriere. Trovò in affitto una casetta prefabbricata, con orto e frutteto annesso, di pertinenza di una villa nella borgata di Reaglie sulla collina torinese. Io avevo nove mesi.

Nel 1940 arrivò purtroppo la tanto temuta guerra, mio padre la evitò perché dichiarato indispensabile alla produzione bellica.

Le prime responsabilità

Nel 1941 c’era il razionamento alimentare, la tessera dava diritto a insufficienti quantità di cibo di primissima necessità, trovare altri alimenti era quasi impossibile e il prezzo proibitivo. Un giorno passò da casa nostra lo zio Antonio, fratello di mia madre, con una bellissima capretta bianca comprata per farne un succulento arrosto. Fu un amore travolgente: quella capretta non doveva finire in pentola. La volli per me, riuscendo a commuovere lo zio e a convincere mio padre a comprarla, con l’impegno di assumermi la responsabilità di portarla, mattino e sera, al pascolo.

Dopo i primi giorni l’entusiasmo svanì, mi resi conto di quanto fosse pesante l’impegno assunto, non avevo più tempo per giocare con gli amici. La capretta doveva mangiare a sufficienza prima dell’orario della scuola e di pomeriggio dovevo svolgere subito i compiti per ritornare al pascolo in tempo utile. Per un bambino di sette anni e mezzo l’essere in continua attività dall’alba al tramonto era molto impegnativo.

Dopo alcune sere, rientrando dal lavoro, mio padre vide la pancia di Bianchina poco piena, mi acchiappò per un orecchio e mi trascinò nella stalla dopo avermi assestato un tremendo sculaccione, mi domandò: “E’ questo il modo di nutrire questa povera bestia?”. Poi mi spiegò: “La pancia deve essere piena e rotonda fin sotto la schiena. Ricordati che gli impegni vanno sempre mantenuti e non si devono mai accampare scuse”. Compresi la lezione e aiutato dall’amore per Bianchina da quel giorno fui sempre molto scrupoloso.

Le responsabilità fanno crescere

Stavo per compiere otto anni quando una domenica di primavera del 1942, rientrato a casa dal pascolo, trovai ad attendermi papà con un agricoltore insieme all’elegante famiglia, proprietaria della cascina condotta a mezzadria dal contadino. I signori erano anche proprietari di una grossa panetteria in Torino e di due pecore, acquistate per ottenere lana e agnelli, pertanto cercavano qualcuno che gliele accudisse. Il mezzadro essendo a conoscenza che io tutti i giorni accudivo la mia capretta, non potendosi occupare personalmente delle due pecore, si rivolse a me per risolvere il problema.

Ricevuta la proposta, accettai volentieri perché ritenni minimo l’impegno aggiunto. Avuto il consenso, il signore si rivolse a mio padre chiedendogli: “Quanto vuole per la pensione delle nostre pecore?” “Io non c’entro niente, lo chieda a Carlo. È lui che le dovrà custodire”, fu la sua risposta. Interpellato, misi in relazione la fame persistente con la panetteria dei signori, quindi chiesi in cambio del pane, senza precisarne la quantità. Forse per tenerezza nei miei confronti, mi offrirono 3 Kg di pane nero della tessera gratuiti più 6 kg al prezzo ufficiale, molto conveniente e senza l’utilizzo dei tagliandi della tessera, per un totale di 9 Kg la settimana. Accettai senza indugio e vidi il viso di mio papà più rosso del solito. Chissà? Forse si vergognò un pochino? Ma i suoi occhi espressero molta gioia.

Su mia richiesta, papà acquistò ancora tre pecore a credito. Il mini gregge condotto da me, pastore bambino, composto da Bianchina, severo capo branco, e da cinque cocciute pecore, divenne parte del paesaggio della valle e importante fonte di sostentamento per tutta la famiglia. La sola Bianchina produceva quattro litri di latte al giorno, con l’eccedenza unita alla produzione delle pecore la mamma faceva dell’ottimo formaggio.

Quelle lunghissime ore trascorse con la Bianchina e le pecore nei boschi lungo i rii collinari, spesso in totale solitudine, furono per me una formidabile palestra mentale. La situazione e l’ambiente mi permisero di riflettere sulla natura, sul significato della vita, sul valore del lavoro, sul modo di produrre il necessario per vivere, sull’importanza dei rapporti umani e della collaborazione, sugli atteggiamenti pericolosi per sé e per gli altri e di fantasticare sui possibili cambiamenti sociali e tecnici del futuro. Un giorno ragionando con la mia sorellina Adriana sul miracolo tecnico della radio arrivai a ipotizzare che forse un domani dentro quella cassetta di legno si sarebbe anche visto chi stava parlando.

Carlo Bosco