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Mar, Giu
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Un siciliano a Nichelino

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C’era una volta una Nichelino con le case disperse tra i campi coltivati, un borgo alla periferia

della grande città che nel volgere di pochi decenni subì una trasformazione radicale, nelle persone, nelle strade, nelle scuole, dappertutto. Gli anni del dopoguerra furono quelli più difficili: anni di miseria di povertà diffusa, con i primi “migranti” che dal profondo sud del Belpaese raggiungevano le grandi città del nord in cerca di fortuna e riscatto sociale.

Uno dei primi emigrati a Nichelino era un bambino siciliano del 1944 che arrivò in paese, dopo alcuni mesi passati a Torino in una stanza adibita solo per dormire sopra al vecchio Cinema Corso, in corso Vittorio Emanuele. “Arrivai a Nichelino nel 1950 con mamma, papà e il mio padrino Alfio Caraci grazie all’interessamento di un altro siciliano, Alfio Veneziano che faceva il barbiere. Per noi ‘napuli’ era difficile trovare in affitto un alloggio: grazie al suo interessamento il macellaio Montaldo ci affittò un garage che mia mamma trasformò in una piccola casa: le stanze erano delimitate da teli, ma andava bene così”.

Dietro al suo gioviale sorriso Luigi Benvegna, per tutti Gino, non nasconde un po’ di commozione nel ricordare quegli anni così difficili, ma anche belli. “Venivamo da Bronte, là mio papà faceva il ferracavallo e anche a Nichelino continuò quel mestiere come secondo lavoro il sabato e la domenica. Intanto aveva trovato lavoro in una boita in via Baltimora a Torino. Nel 1951 ci hanno assegnato una casa popolare, all’Ina Case di via S. Matteo che allora tutti chiamavano “piano Fanfani”: c’erano solo due famiglie non piemontesi, i Canevarolo che arrivavano da veneto e noi dalla Sicilia”.

Un’infanzia intensa e particolare per il piccolo Gino: “Ho fatto un anno di asilo a Borgo S. Pietro. Mio papà mi portava al mattino in bici, mentre andava a lavorare. D’inverno portavamo pezzetti di legno e carta pressata da buttare nella stufa che c’era nell’aula e serviva per scaldarci. La prima elementare l’ho fatta alla Crociera in due locali ricavati al primo piano dove ora c’è il ristorante cinese e il resto degli anni nelle aule del Municipio”.  

Insomma un percorso “normale” per quegli anni … “Beh, qualche difficoltà l’ho avuta. Nonostante mi sforzassi di parlare nel miglior italiano possibile, a scuola i miei compagni parlavano tutti il piemontese, anzi il torinese, dopodiché non mi è rimasto che impararlo ed in fretta – continua a raccontare Gino ridendo – I problemi di comunicazione sono scomparsi al punto che anche adesso molti pensano che io sia piemontese. Più in generale erano momenti di grande difficoltà economica per la mia famiglia. C’era poi una forte rigidità famigliare e il fatto di arrivare dal sud proprio non giovava, anzi era un’aggravante per così dire. Eravamo visti con una certa diffidenza e vi assicuro che il ‘non si affitta ai meridionali’ l’ho provato sulla mia pelle. Una volta inserito non ho avuto più problemi. Senz’altro mio papà qualche difficoltà in più ha dovuto affrontarla, ma non lo ha mai fatto pesare. Certo, vivevamo in una condizione di povertà tra i poveri, ma si era creata una bella solidarietà tra i residenti della prima casa popolare di Nichelino”.

Già, la casa: grazie a quelle quattro mura nel 1954 la famiglia Benvegna ritornò ad essere unita. “Quell’anno ci raggiunsero mia sorella Nunziatina e mio fratello Nino che erano rimasti a Bronte con i nonni: una grande felicità per tutti noi e specialmente per loro due che videro per la prima volta la sorella Maria che nel frattempo era nata qui”.

 Finite le scuole dell’obbligo per l’adolescente Gino si aprono le porte del mondo del lavoro e così a 14 anni inizia a lavorare nell’officina Morelli e Rolle in piazza Bengasi come battilastra: “Facevamo a mano la carrozzerie delle automobili: porte, paraurti, padiglioni … che fatica!  Così a 15 anni decisi che forse era meglio riprendere a studiare: lavorando e frequentando il corso serale al Filippo Rinaldi di Borgo S.Pietro presi la qualifica di disegnatore meccanico. A 20 anni il servizio militare e subito dopo l’ingresso in Fiat, dove sono rimasto per 30 anni: dapprima come battilastra, poi dopo il corso di analisi costi e metodi, come impiegato”.

Voglia di fare, rimboccarsi le maniche, sporcarsi le mani: qualità che al giovane Gino non mancavano certo e che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Così come lo spirito di avventura, la voglia di viaggiare e scoprire quel mondo che tutt’intorno si stava trasformando,  a partire da Nichelino che stava abbandonando la veste leggera di paesino di campagna per indossare il mantello pesante di periferia della Grande Fabbrica: “Ho iniziato a girare un po’ il mondo con gli amici: dapprima a Capo Nord, nel 1968, in quattro su una Fiat 1100 e rimorchio al seguito con tende e vivande e l’anno successivo, in due, ci siamo inventati una sorta di Giro del Mediterraneo. Dalla Sicilia ci imbarcammo, sempre in auto, per Tripoli, ma nella notte ci fu il colpo di stato in Libia, così la nave traghetto ci sbarcò a Tunisi. Da lì attraversammo l’Algeria, il Marocco, la Spagna e la Francia”.

Nel 1970 il matrimonio con Ornella e anche lì un bel viaggio di nozze-avventura a bordo di una 500 attraversando tutta l’Italia per far conoscere alla sposa piemontese la sua Sicilia natia. Nel ’72 il ritorno in Marocco insieme a sua moglie: “Si dormiva in tenda dove capitava, a pensarci adesso ci vengono i brividi … “. Oggi Ornella e Gino sono felicemente nonni di Elia, primogenito della figlia Erica.

Gino però non è mai stato solo famiglia e lavoro, oltre che un intrepido viaggiatore: da sempre si è impegnato in attività extra-lavorative di volontariato. Nel 1986 l’incontro con Don Joe Galea, quasi una folgorazione: “Con Emilio Mosso e Antonio Sparascio ci lanciammo nell’avventura del Gruppo Sportivo Don Bosco che, dal campetto sotto il campanile della SS. Trinità e con l’aiuto di tanti amici, diventò quella realtà che in molti hanno conosciuto, con oltre 500 calciatori dai Primi Calci alla Promozione. Un’esperienza per me indimenticabile”. Non solo calcio: Gino è ormai una presenza imprescindibile all’interno della Scuola dell’Infanzia S. Matteo, dove ricopre la carica di vice-presidente. Un grazie a Gino anche dai noi del giornale Nichelino Comunità: da oltre 10 anni si occupa con impegno e dedizione della pubblicità.

Insomma, quel bambino arrivato dalla terra dei pistacchi di strada ne ha fatta davvero tanta, in tutti i sensi, e ci ha raccontato la sua storia di emigrazione. Una bella luce nel buio dei nostri tempi.

Giampaolo Flori