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Questa immigrazione si poteva evitare?

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In vent’anni Nichelino cambiò completamente faccia. Al censimento del 1951 contava 7.000 abitanti, in quello del 1971 era a quota 45.000!

L’apice di questo incremento si toccò negli anni Sessanta, quando la popolazione nichelinese aumentò del 200,8% (nel decennio precedente era già lievitata del 105%): un primato che nell’hinterland torinese è insidiato solo da Beinasco (+203,2%), mentre il record assoluto lo detiene Rivalta (+ 311%), che passò di colpo da 2.500 a 10.000 residenti. In quel decennio Moncalieri si fermò a + 60% e la stessa Torino registrò solo un +13,9%.

La FIAT e tutte le fabbriche dell’indotto erano in piena espansione e in cerca di manodopera Il grande balzo in avanti fu determinato dall’immigrazione dal Sud: la popolazione in età lavorativa di interi paesi della Calabria, della Sicilia, della Puglia si trasferì al nord. Non va dimenticato che l’Italia è un paese di migranti (si calcola che nell’arco di un secolo, a partire dal 1861, quasi 20 milioni di italiani lasciarono la penisola in cerca di lavoro), ma quella tra gli anni ‘50 e ‘70 fu comunque la più massiccia immigrazione “interna” della storia nazionale.

Molto si è discusso se questo flusso potesse essere in qualche modo meglio programmato evitando quegli squilibri e quelle tensioni sociali che avrebbero caratterizzato gli anni seguenti. Molto dipese dalle scelte imprenditoriali  (la FIAT di Valletta in testa) che decisero di concentrare la produzione nel triangolo industriale Torino/Milano/Genova, come unica via possibile per reggere alla pressante concorrenza di Francia e Germania. Questa enorme ondata immigratoria dal Sud dell’Italia, dove le condizioni di vita erano ormai insostenibili, sarebbe forse avvenuta comunque dirigendosi verso gli altri Paesi europei e per gli stessi motivi.

Restando a Nichelino va detto che la trasformazione da paese agricolo a borgo operaio era iniziata fin dagli Venti: tra il 1921 ed il 1931 la popolazione più che raddoppiò passando da 2.400 a 5.500 unità. Il paese si allargò verso il ponte Sangone e furono costruite le prime case di tre o quattro piani su via Torino e alla “Crociera”. In quel frangente a fungere da catalizzatore era stata la FIAT Lingotto: un’immigrazione tutta “piemontese”, gente che aveva lasciato i campi e si era avvicinata a Torino.

Anche negli anni Cinquanta le avanguardie dell’ondata di migranti, che avrebbe cambiato per sempre il volto di Nichelino, arrivarono dal Piemonte e cioè dalla campagna e dalle vallate di montagna: giovani che per sfuggire a una vita grama e spesso alla fame partivano senza un soldo in tasca in cerca di lavoro. Gruppi consistenti arrivarono poi dal  Veneto, in particolare dopo l’alluvione del Polesine che mise in ginocchio tantissime famiglie.

Venne quindi la stagione dei treni dal sud  e delle valigie di cartone. Per i “meridionali”, sbarcati a Porta Nuova, l’impatto non fu facile. All’inizio trovarono sistemazioni di fortuna, nelle soffitte del centro o nelle vecchie case di ringhiera nelle barriere. Poi fecero arrivare le famiglie e puntarono sulla periferia dove nel frattempo era esplosa l’edilizia. A Nichelino, un po’ dappertutto attorno al paese, erano sorti dal nulla interi quartieri, fatti di caseggiati di cinque/sei piani e tante scale: nella zona di via Juvarra e via Stupinigi, in via di Nanni, nell’area tra via XXV Aprile e il Sangone e addirittura un casermone in aperta campagna verso Garino. Il salario, guadagnato alla catena di montaggio, se ne andava quasi tutto per l’affitto. “Città dormitorio” venivano chiamate queste periferie, perché mancavano tutti i servizi e il sistema sociale del vecchio paese era andato in tilt. A Nichelino nelle scuole si facevano i tripli turni. Ad agosto, suonata la sirena della FIAT Mirafiori e delle altre fabbriche, la città all’improvviso si svuotava e tutti ripartivano per ripercorrere in direzione opposta il lungo viaggio che li aveva portati qui.

Questo piccolo paese aveva alle spalle tre secoli di piccola storia, ma in quei vent’anni tutto cambiò.